Economia Archivi

0

Seminario “La cina è vicina” di Annabella Daneluzzi

N.B. Aggiornamento del 30 novembre 2013:

Come promesso agli astanti di ieri, con la conclusione del seminario e per quanti interessati, allego in calce al presente articolo le dispense di tutte e quattro le lezioni, che saranno disponibili in download libero fino alla fine dell’anno (dopodichè, solo per i nostri utenti registrati), quindi approfittatene!


Salve a tutti!

A novembre siamo orgogliosi di organizzare qualcosa di particolare: un seminario divulgativo sulla Repubblica Popolare Cinese, a cura della dott.ssa Annabella Daneluzzi.

Annabella si è laureata in Cinese nel 1997 all’Università di Cà Foscari e dal 2006 tiene dei corsi di Storia e Cultura della Cina presso l’UTE di San Vito al Tagliamento. Si occupa di turismo.

L’importanza del “Dragone d’Oriente” nel nostro mondo è ormai conclamata, almeno da un punto di vista economico; invece l’importanza culturale che ha riservato, e verrà a riservare, nel mondo di domani, rimane spesso oscura a molti occidentali. Per questo abbiamo deciso di farcelo spiegare da una sinologa. Forse scopriremo come il grande popolo cinese, nella sua vastità ed eterogeneità e con le inevitabili approssimazioni, sia nel contempo vicino e lontano alle nostre abitudini quotidiane.

Gli argomenti che verranno affrontati nelle varie serate, sono i seguenti:

  1. venerdì 8 novembre 2013: I cinesi in Italia: chi sono, come vivono, cosa sognano?
  2. venerdì 15 novembre 2013: L’eredità di Mao: la società cinese e le sfide per il futuro.
  3. venerdì 22 novembre 2013: Come si formano i cinesi di domani? I mass media e la dissidenza.
  4. venerdì 29 novembre 2013: Socialismo di mercato e integrazione globale.

si terranno come sempre presso la Villa Ronzani di Giai di Gruaro, e saranno accompagnati da filmati.

Ovviamente la relatrice non mancherà di soddisfare eventuali curiosità.

Allego la locandina dell’evento e vi invito a segnalare l’evento.

  'La Cina è vicina', di Annabella Daneluzzi (555,2 KiB, 45 download)
Non hai il permesso di scaricare il file.


Di seguito le dispense delle lezioni:

  'La Cina è vicina', dispensa della 1a serata (526,7 KiB, 27 download)
Non hai il permesso di scaricare il file.

  'La Cina è vicina', dispensa della 2a serata (877,0 KiB, 12 download)
Non hai il permesso di scaricare il file.

  'La Cina è vicina', dispensa della 3a serata (1,4 MiB, 11 download)
Non hai il permesso di scaricare il file.

  'La Cina è vicina', dispensa della 4a serata (252,6 KiB, 11 download)
Non hai il permesso di scaricare il file.

1

“La parabola del consumismo”, incontro con Mirco Rossi

Salve a tutti, e ben ritrovati.

Siamo lieti di riprendere l’attività autunnale con il ritorno a Gruaro del nostro amico Mirco Rossi, che ci presenterà il suo nuovo libro: “La parabola del consumismo. Memorie di un ragazzo al tempo della sobrietà.”

Dalla scheda dell’autore:

locandina_parabola-consumismoIn Italia la maggior parte della popolazione appartiene a due generazioni che, a partire dagli anni del “miracolo economico”, hanno conosciuto e partecipato a una fase di crescita eccezionale. Nella storia umana mai in precedenza era stato possibile disporre di risorse in quantità e qualità così straordinarie. (…)
Un tempo la trasmissione del vissuto delle generazioni precedenti avveniva principalmente all’interno della struttura familiare. Durante gli ultimi quarant’anni la famiglia è esplosa cancellando la possibilità del rapporto quotidiano tra generazioni lontane, vero e proprio canale naturale di collegamento tra culture. (…)
Con un racconto punteggiato di spunti autobiografici della mia prima infanzia, il libro offre un panorama di esperienze e di valori da riconsiderare e da “riciclare” nell’oggi. Dove potrebbero costituire elementi essenziali di nuove ipotesi di organizzazione sociale e produttiva. (…)
Sobrietà e consumismo sono antitetici, incompatibili. Il secondo è uno stile di vita che, al di là di scelte di natura ideale, dovrà essere necessariamente abbandonato perché non sostenibile da punto di vista energetico e ambientale. Ritornare alla sobrietà potrebbe non bastare, ma rappresenta la giusta direzione verso cui muovere.
Questo scenario in molti suscita atteggiamenti di rifiuto e di paura, sia razionali che irrazionali. La realtà però non cambia ignorandola. Per questo motivo dimostrare che sobrietà non è sinonimo di povertà e di indigenza ma un valore da riconquistare è lo scopo centrale del libro.

Mirco Rossi, studioso veneziano, esperto divulgatore in problemi energetici, socio di ASPO Italia, (sezione italiana di ASPO International, The Association for the Study of Peak Oil) e membro del Comitato Scientifico della rivista Ambiente-Risorse-Salute edita a Padova dal Centro Studi l’Uomo e l’Ambiente. Svolge da molti anni un’intensa attività di divulgazione in ambito scolastico e sul territorio nel centro-nord Italia.

Lo ospiteremo venerdì 27 settembre 2013 alle ore 20.45, presso la Villa Ronzani di Giai di Gruaro.

Allego la locandina dell’evento e vi invito come sempre a segnalare la serata. Vi attendiamo numerosi!

-Comunicato Stampa dell’Editore-

  'La parabola del consumismo' di Mirco Rossi (385,2 KiB, 27 download)
Non hai il permesso di scaricare il file.

2

La crisi economica, in Italia

Tra i tanti stimoli che l’attuale crisi economica propone, due sono le riflessioni che mi vengono in mente per analizzare la situazione in cui ci troviamo.

La prima è la necessità di discernere -tra le molteplici- le opinioni realmente competenti, o ragionevolmente fondate, dell’economia capitalista e finanziaria che abbiamo creato e di cui viviamo. E da marxista (eterodosso) credo che il modo migliore sia quello di leggere e studiare gli interventi di chi si occupa professionalmente ed attivamente di queste tematiche, in particolar modo gli economisti cosiddetti “liberisti” (*).

Se è vero infatti che l’economia (come la medicina, peraltro) non è una scienza esatta, è altrettanto vero che non è una disciplina semplice, e dunque incomprensibile, se non si tenta almeno in parte di cogliere gli elementi o gli strumenti di base fornibili da coloro che si occupano professionalmente, o semplicemente studiano, questi temi. I modelli economici e macroeconomici di oggi in particolare si sono fatti molto complessi e variamente interpretabili. Le soluzioni non sono mai completamente risolutive ed i modelli predittivi non sono degli assoluti. Altrettanto vero è che viviamo in un mondo complesso, in cui i bisogni e le variabili mutano continuamente, e dunque risulta difficile, anche per attenti studiosi, capire i comportamenti dei mercati finanziari o le scelte dei governi politici.

Sgombriamo dunque il campo dai dubbi: non esistono “bacchette magiche” ed ogni scelta di politica economica rischia di non essere definitiva, ma di dover essere integrata e commisurata alle conseguenze che comporta, e spiegata chiaramente ai cittadini che la subiscono o la invocano.

La seconda riflessione è relativa alle definizioni di alcune “parole chiave” che si sentono spesso citare a sproposito nel dibattito politico-economico:
1) i “mercati” e (alternativamente) la “finanza” come Sauron, l’oscuro signore di Mordor, assolutamente tendenti al Male e bramosi di muoverci guerra per distruggerci;
2) il “debito pubblico” come una variabile indipendente, discesa dal cielo e del quale non abbiamo responsabilità passata o futura (“perchè dovrei preoccuparmi dei posteri, cos’hanno fatto i posteri per me?”);
3) lo “stato sociale” (pensioni, sanità, istruzione e tanto altro) come qualcosa di indefinitamente eterno, per i quali non bisogna lottare o sacrificarsi;

Precisando che non ho alcuna simpatia per le banche o per i mercati finanziari, o più in generale per il sistema fin qui costruito, ma che abbiamo NOI costruito attraverso ben definite scelte politiche ed individuali, vorrei chiarire quanto segue:

1) i “mercati” siamo noi, per il semplice fatto di vivere in una società dei consumi.

Nel momento in cui decidiamo di investire dei risparmi (se ne abbiamo) in un’operazione finanziaria (titoli di stato, obbligazioni, azioni, autonomamente od affidandoli ad un terzo), immobiliare (una casa, un appartamento, un terreno) od imprenditoriale (una fabbrica, uno studio, un negozio, un’attività di qualsiasi tipo), prendiamo parte al “mercato”. Anche se non siamo risparmiatori, imprenditori, inquilini, proprietari di casa o lavoratori, nel momento in cui decidiamo di soddisfare un bisogno economico (sia uno di base come quello di mangiare, od uno più lieve come fare una vacanza) acquistando un bene, accettiamo l’idea di essere in un “sistema di economia di mercato”. Assurdo negarlo.
Per inciso, una reale opposizione a tale sistema economico la dispose Stalin in Unione Sovietica, con l’abbandono della NEP, ma anche Mao o altri politici comunisti, nella storia e nel mondo.

La “finanza” è un meccanismo generato da, ed indispensabile a, questo sistema di economia di mercato. Nel momento in cui attribuiamo un valore al denaro-merce (valutabile in un certo interesse), abbiamo bisogno di enti (banche, finanziarie, assicurazioni) e strumenti (mutuo, finanziamento, cessione di credito, titolo di Stato, emissione di obbligazioni, collocamento azionario) per gestire  questo denaro; e abbiamo anche la possibilità (anche qui per PRECISE scelte politiche) di “giocare” con questo denaro in maniera sempre più complessa (derivati, vendite allo scoperto, opzioni…). Da ogni operazione può o non può derivare un guadagno (rendita finanziaria), che, tassato per un certo importo, rientra in parte anche nelle casse dello Stato.
La signora anziana che comprava i BOT negli anni ’70 è parte di questo sistema tanto quanto la FIAT od altre aziende industriali quotate in borsa che si reggono sugli andamenti dei mercati finanziari (FIAT sarebbe fallita da tempo senza l’utilizzo di efficaci strumenti finanziari…). Se non teniamo conto che la finanza è INTRINSECAMENTE indispensabile e legata al nostro sistema, non possiamo avanzare nessuna proposta alternativa.

All’interno della finanza vi sono e vi sono state innumerevoli storture ed incongruenze (la reale efficenza delle famose agenzie di valutazione, i compensi multimilionari dei top-manager di società e banche, l’utilizzo di strumenti per evadere il fisco, la tassazione delle rendite inferiore rispetto al reddito, le innumerevoli truffe da parte di bancari e agenti assicurativi nel consigliare investimenti sbagliati o rischiosi), ma tutte consentite da precise SCELTE politico-ideologiche di “liberalizzazione” e “deregolamentazione” dei mercati e servizi finanziari. Ciò, unito ad una politica monetaria (cioè delle Banche Centrali, cioè degli Istituti che battono moneta) a dir poco dissennata, con l’eccessiva circolazione di denaro a basso tasso di interesse, ha aggravato e contribuito alla crisi attuale.
Una delle caratteristiche principali della finanza, contrariamente alla cosiddetta “economia reale”, è di essere un gioco a somma zero (anche se il dibattito in materia è aperto), cioè un sistema che non crea ricchezza, ma che semplicemente la sposta.

(segue a pag. 2)

0

Recenti sviluppi demografici ed economici nel Veneto Orientale

Nel primo decennio di questo millennio, il territorio del Veneto Orientale ha conosciuto una nuova fase di espansione significativa della popolazione. I Comuni che sono stati interessati dalla dinamica più intensa di crescita demografica sono Ceggia, Pramaggiore, Noventa di  Piave, Annone Veneto, San Donà di Piave. Hanno un tratto evidente che li accomuna: si tratta sempre di Comuni posti nella parte nord dell’area, al confine con le aree industrializzate del trevigiano e del pordenonese. Il litorale, con i Comuni di San Michele, Caorle, Eraclea e Iesolo, non ha evidenziato una dinamica differenziata o trainante. I luoghi del turismo non hanno espresso una capacità attrattiva, per gli insediamenti stabili, più accentuata rispetto alla media dell’area.

Tab. 1 – Popolazione residente a fine anno nei comuni del Veneto Orientale:
TOTALE RESIDENTI DI CUI STRANIERI
1981 1991 2001 2009 2001 2009
Annone Veneto 3.309 3.237 3.490 3.961 139 578
Caorle 11.485 11.129 11.342 12.016 350 972
Cinto Caomaggiore 3.129 3.130 3.168 3.299 55 255
Concordia Sagittaria 10.373 10.550 10.492 10.684 106 443
Fossalta di Portogruaro 5.649 5.691 5.843 6.051 45 309
Gruaro 2.762 2.698 2.690 2.823 36 148
Portogruaro 24.412 24.733 24.571 25.406 318 1.728
Pramaggiore 3.298 3.473 3.985 4.710 121 718
San Michele al Tagliamento 11.956 11.887 11.441 12.040 249 897
Santo Stino di Livenza 11.165 11.464 11.763 13.027 186 1.294
Teglio Veneto 2.040 1.962 1.979 2.297 13 121
Tot. Portogruarese 89.578 89.954 90.764 96.314 1.618 7.463
Ceggia 5.086 5.011 5.096 6.201 127 669
Eraclea 11.462 11.838 12.460 12.844 230 885
Fossalta di Piave 3.746 3.820 4.022 4.247 105 416
Jesolo 22.018 22.146 22.698 25.232 710 2.615
Meolo 5.115 5.262 6.054 6.476 125 655
Musile di Piave 9.494 9.732 10.249 11.504 188 1.308
Noventa di Piave 5.349 5.728 5.952 6.721 192 805
San Donà di Piave 32.009 33.406 35.417 41.247 741 4.349
Torre di Mosto 3.735 3.780 4.302 4.743 76 325
Tot. Sandonatese 98.014 100.723 106.250 119.215 2.494 12.027
Provincia di Venezia 838.199 819.607 809.586 858.915 13.888 69.976
Veneto 4.343.283 4.379.932 4.527.694 4.912.438 141.160 480.616
Fonte: elab. Veneto Lavoro su dati Istat-www.demo.istat.it

Negli ultimi 10 anni la popolazione del territorio è cresciuta di circa 5.000 abitanti nel Portogruarese e di circa 13.000 nel Sandonatese. E’ particolarmente interessante analizzare la quota di tale crescita attribuibile agli stranieri. Risulta evidente che molti Comuni, senza l’apporto degli stranieri, sarebbero diminuiti nel numero di abitanti. E in ogni caso la quota preponderante della crescita della popolazione è determinata dagli stranieri: uniche eccezioni sono Ceggia e Teglio Veneto, con una crescita della componente italiana superiore al 50% del totale.
Questo trend di incremento degli stranieri è del tutto analogo a quanto accaduto nel contesto regionale più ampio: la forte crescita demografica è stata ovunque determinata dalle immigrazioni dall’estero, non dalla ripresa della fecondità né da consistenti fenomeni di attrazione da altre aree regionali o nazionali. Anche la precedente fase di forte crescita demografica, quella degli anni ’30 attivata dall’antropizzazione delle aree bonificate, era stata guidata dalle immigrazioni ma in quel caso si trattava soprattutto di lavoratori vicentini o padovani.

Queste tendenze demografiche espansive si scontrano ora con l’impatto della  crisi economica attivata nel 2007, esplosa nel 2008 e tuttora in corso, con prospettive di superamento non certo a breve. La fase di crisi sta avendo anche l’effetto di “raffreddare”, almeno in parte, la dinamica di crescita della popolazione. I vantaggi localizzativi e le opportunità residenziali possono ancora essere attraenti ma si sono rarefatte le possibilità occupazionali.
Il nostro territorio, non avendo un grande tessuto produttivo industriale (anche se ha subito comunque alcune chiusure aziendali importanti: Zignago in primis) è stato raggiunto dall’onda delle difficoltà economiche a trovare sbocchi per le merci prodotte in maniera indiretta e ritardata. Ma comunque i segni delle difficoltà sono ben visibili: secondo i dati dell’Osservatorio regionale sul mercato del lavoro, nel 2009 e 2010 si sono registrate mediamente circa 3.000 assunzioni in meno rispetto al 2007. Infatti da oltre 24.000 si è scesi a circa 21.000. In particolare si sono ridotte le assunzioni nell’industria (da 3.400 a 1.500) e nelle costruzioni (da 1.500 a 900). Più in generale si sono ridotte le assunzioni “importanti” da parte delle imprese e delle istituzioni pubbliche, quelle a tempo indeterminato e quindi con le maggiori potenzialità di durata e di stabilizzazione: da circa 3.700 nel 2007 a 1.500 nel 2010.
Rimane certo ancora consistente (per fortuna) lo sbocco assicurato dal lavoro stagionale nel turismo: anche nel 2009 e nel 2010 le assunzioni a tempo determinato e con contratti di somministrazione sono state più di 16.000, concentrate soprattutto nei comparti dei servizi collegati all’ospitalità (ricezione, ristorazione etc.). Ma è evidente che ciò non è sufficiente a porre su basi solide le prospettive future del territorio.
Infatti non c’è dubbio che le “vocazioni” del Veneto Orientale restano “vocazioni difficili” da sviluppare, e tanto più lo sono in un contesto economico generale contrassegnato dall’incertezza su scala globale e dalle difficoltà di finanza pubblica su scala nazionale. La pressione esterna, la ricollocazione geopolitica – con gli impatti che ne discendono in termini di attraversamenti Est-Ovest – nonché le politiche in atto nel settore dei trasporti spingono ad un’assimilazione crescente della nostra area con  le forme insediative della “città diffusa” ad intensificata antropizzazione.

Può tutto questo essere declinato in modo virtuoso, con una differenziazione delle funzioni territoriali in grado di salvaguardare le specificità locali pur riconoscendone le potenzialità di sviluppo (in primis l’ambiente che ha regalato al Veneto Orientale l’opportunità di avere 2,5 ml. di turisti all’anno con 16 ml. di presenze, vale a dire qualcosa attorno al 30% delle presenze totali registrate in Veneto)? E’ la strada auspicabile ma non certamente la più facile né la più ovvia.

[print_link]

Tab. 1 – Popolazione residente a fine anno nei comuni del Veneto Orientale:

TOTALE RESIDENTI

DI CUI STRANIERI

1981

1991

2001

2009

2001

2009

Annone Veneto

3.309

3.237

3.490

3.961

139

578

Caorle

11.485

11.129

11.342

12.016

350

972

Cinto Caomaggiore

3.129

3.130

3.168

3.299

55

255

Concordia Sagittaria

10.373

10.550

10.492

10.684

106

443

Fossalta di Portogruaro

5.649

5.691

5.843

6.051

45

309

Gruaro

2.762

2.698

2.690

2.823

36

148

Portogruaro

24.412

24.733

24.571

25.406

318

1.728

Pramaggiore

3.298

3.473

3.985

4.710

121

718

San Michele al Tagliamento

11.956

11.887

11.441

12.040

249

897

Santo Stino di Livenza

11.165

11.464

11.763

13.027

186

1.294

Teglio Veneto

2.040

1.962

1.979

2.297

13

121

Tot. Portogruarese

89.578

89.954

90.764

96.314

1.618

7.463

Ceggia

5.086

5.011

5.096

6.201

127

669

Eraclea

11.462

11.838

12.460

12.844

230

885

Fossalta di Piave

3.746

3.820

4.022

4.247

105

416

Jesolo

22.018

22.146

22.698

25.232

710

2.615

Meolo

5.115

5.262

6.054

6.476

125

655

Musile di Piave

9.494

9.732

10.249

11.504

188

1.308

Noventa di Piave

5.349

5.728

5.952

6.721

192

805

San Donà di Piave

32.009

33.406

35.417

41.247

741

4.349

Torre di Mosto

3.735

3.780

4.302

4.743

76

325

Tot. Sandonatese

98.014

100.723

106.250

119.215

2.494

12.027

Provincia di Venezia

838.199

819.607

809.586

858.915

13.888

69.976

Veneto

4.343.283

4.379.932

4.527.694

4.912.438

141.160

480.616

Fonte: elab. Veneto Lavoro su dati Istat-www.demo.istat.it

0

Questi anni difficili

La nostra economia è così legata al mondo che non poteva non essere pesantemente coinvolta da quanto accaduto nel 2008 con la crisi finanziaria  e la conseguente caduta della domanda globale (crollo del commercio internazionale, riduzione della produzione), già fiaccata, tra il 2007 e il 2008, dalla crescita vertiginosa dei prezzi delle materie prime.

E’ sufficiente ricordare, per aver un’idea della forza di questi legami, che circa 1/3 di quello che in Italia produciamo viene esportato e, d’altro canto, circa un terzo di quello che utilizziamo per consumi e investimenti viene comprato all’estero (dati Istat, contabilità economica nazionale). E’ come dire che su un ipotetico salario medio di 1.500 euro, 500 dipendono dalla domanda estera di nostri prodotti, e – corrispondentemente – circa 500 euro di quel salario saranno spesi per comprare prodotti e servizi costruiti e pensati all’estero.

La crisi partita da Wall Street è perciò arrivata in pieno e velocemente anche all’economia delle nostre piccole imprese, dei nostri distretti industriali, attraverso le “cinghie di trasmissione”. La prima cinghia è stata la riduzione degli sbocchi per le nostre esportazioni. Veneto e Friuli insieme hanno esportato per 24 miliardi nei primi 6 mesi del 2009 contro i 30 miliardi realizzati nei primi sei mesi del 2008: – 20% (dati Istat, contabilità economica regionale). A funzionare da seconda cinghia sono state le difficoltà di accesso al credito e il mutamento delle aspettative degli imprenditori (che hanno molta meno voglia di investire): ciò ha determinato un forte calo negli investimenti e quindi nella domanda di beni intermedi (da qui la crisi di molte piccole imprese del settore meccanico). Infine anche le imprese che producono per il mercato finale, vale a dire per i consumi finali delle famiglie, hanno dovuto fare i conti con la loro minor capacità di spesa, provocata sia dalla contrazione dei redditi di quelle famiglie (non poche) che hanno dovuto fare i conti con la perdita del lavoro per uno o più dei loro membri, sia dalla diffusione di un clima di preoccupazione per il futuro che ha indotto in molti a preferire il risparmio. Meno export, meno investimenti, meno consumi, vuol dire alla fine meno occupazione.

Rispetto ai livelli complessivi pre-crisi si può stimare che in Veneto e Friuli siano stati cancellati almeno 70-80.000 posti di lavoro, ma solo a fine anno sarà possibile tracciare un bilancio compiuto e sarà assai probabilmente peggiore rispetto a queste stime parziali. Di certo sono stati colpiti, soprattutto nella prima fase, i posti di lavoro nel settore industriale (manifattura e costruzioni): quindi lavoratori maschi e spesso stranieri. Sono aumentati i licenziamenti: nei primi 9 mesi del 2009 oltre 30.000 sono risultati i lavoratori interessati in Veneto e Friuli da un licenziamento (individuale o collettivo) e perciò inseriti nelle apposite “liste di mobilità”: più del doppio rispetto all’anno precedente.
Sono aumentate le sospensioni: nessuno sa di preciso quanti lavoratori in Veneto e Friuli siano stati collocati, per periodi più o meno lunghi, in cassa integrazione, ma si può azzardare una stima, per il 2009, di almeno 100.000 persone (dati Veneto Lavoro).

0

Il potere, le regole e… la crisi

Può sembrare pretestuoso affrontare un argomento così impegnativo e complesso nelle poche righe del nostro foglio. Ma anche il nostro piccolo foglio senza pretese ha il dovere di proporre qualche riflessione soprattutto se stimolata dalla drammaticità dell’attuale crisi economica e finanziaria. Dunque, consapevoli delle inevitabili semplificazioni, accantoniamo i timori e incominciamo.

Esiste una relazione fra il potere politico, le sue regole e la crisi economica? Se la relazione esiste, la crisi economica significa anche crisi del potere politico?

È noto che il potere è strettamente connaturato all’organizzazione sociale che gli uomini hanno costruito nel corso della storia: ogni organizzazione sociale si articola e si sviluppa secondo regole che vengono date, e gestite, da un gruppo ristretto di individui che detengono il potere.
Perché questo gruppo ristretto di individui detiene il potere? In termini specifici: chi, o che cosa, legittima il potere? La risposta potrebbe essere questa: il potere è legittimato dalle regole che vigono in quel momento e quindi chi determina le regole detiene il potere.

È appena il caso di sottolineare che storicamente la prima regola è stata la violenza: il più forte dominava sugli altri (fatte le debite considerazioni va constatato che, purtroppo, è così anche oggi in molte parti del mondo dominate da regimi totalitari). Ma la sola violenza non è di solito sufficiente e funzionale, nel lungo periodo, al mantenimento del potere perché esso ha la necessità di essere accettato da chi gli è sottoposto.

La religione, per questo, ha svolto un ruolo formidabile: nell’antico Egitto il Faraone era figlio di Ra, il dio sole, e quindi la sua legittimazione derivava direttamente dalla divinità; Mosé, capo del popolo ebraico errante, ricevette direttamente da Dio le tavole della Legge, come se Dio gli avesse delegato il compito di far applicare le sue leggi. Quindi Mosé, applicando quelle regole, era direttamente legittimato da Dio. Dopo il periodo oscuro seguito alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente la dinastia dei Merovingi, i cui discendenti reggono ancora oggi le residue monarchie europee, fu storicamente considerata diretta discendenza di Cristo.
La corona ferrea, così nominata perché secondo la tradizione contiene al suo interno un chiodo della croce di Cristo, fu solennemente posta dai papi sul capo degli imperatori, a partire da Carlo Magno. Anche in questi casi, e per secoli, la legittimazione del potere derivava direttamente da Dio.

Il lungo processo storico, culturale e politico che ha determinato la formazione delle moderne democrazie, ha avuto come risultato l’individuazione del popolo quale soggetto legittimante il potere. Il popolo possiede la sovranità ed esercita questa funzione delegando ai suoi rappresentanti democraticamente eletti la funzione legislativa, ovvero la determinazione delle regole.
Le regole, quindi, sono il prodotto della volontà popolare espressa attraverso i suoi rappresentanti.
La rappresentanza come metodo democratico ha potuto concretizzarsi, nell’ultimo secolo, grazie a quelle organizzazioni sociali costituite da aggregazioni di persone che condividevano ideali, valori e interessi: i partiti politici.

La combinazione fra crisi del sistema dei partiti e dei meccanismi di rappresentanza (in sostanza: la legge elettorale) ha influito in maniera significativa sulla crisi del sistema delle regole e quindi, in ultima analisi, sulla legittimazione del potere. Infatti se il potere è legittimato dalla volontà popolare espressa attraverso l’elezione dei suoi rappresentanti e il sistema della rappresentanza va in crisi, ciò non può non avere conseguenze sulla legittimazione stessa del potere. Il quale continuerà a produrre nuove regole, o a modificare quelle esistenti, al di fuori dell’effettivo controllo popolare e con lo scopo di conservare sé stesso o di elargire benefici alle oligarchie e favori a gruppi di cittadini a scapito di altri.

La progressiva perdita di significato di parole quali diritti, doveri, ideali, valori sostituite da termini come favori, delega, opportunità, convenienza, rappresenta un indicatore significativo della nostra modernità, che Z. Bauman definisce “liquida”. Ciò che sta nella modernità liquida muta continuamente i propri riferimenti in funzione del contesto che, a sua volta, muta continuamente privando così il tutto di qualsiasi riferimento. Paradossalmente le uniche costanti si chiamano oggi precarietà e flessibilità.

Il delicato e sottile equilibrio che sta alla base della democrazia, consenso popolare – rappresentanza – regole – gestione del potere per il bene comune – è ormai compromesso. L’unica speranza potrebbe essere rappresentata dall’acquisizione di consapevolezza da parte dell’opinione pubblica. Ma la manipolazione dell’informazione permea il vivere quotidiano e impedisce così il riscatto delle coscienze.

E l’economia? Incominciamo con il dire che l’economia è una scienza anomala che in certi periodi o in certe collocazioni geografiche viene applicata in base al furore ideologico. Se dal punto di vista teorico, infatti, lo scopo del mercato è quello di aumentare il benessere (cioè il soddisfacimento dei bisogni) dell’universalità degli individui, secondo la teoria della “mano invisibile” di A. Smith, dal punto di vista pratico tutti noi assistiamo all’iniqua distribuzione delle risorse fra individui di una nazione e fra nazioni diverse.

0

Idrogeno, internet e Italia, le tre “I” di Rifkin per salvare il mondo

L’economista statunitense Jeremy Rifkin, autore di diversi best seller come “L’era dell’accesso” e “Economia all’idrogeno”, ha presentato a Parigi la sua idea. Per realizzarla, è necessaria una sinergia tra la rete delle telecomunicazioni e l’uso dell’idrogeno, trainata dalla sensibilità europea per lo sviluppo sostenibile e la tutela ambientale.

L’Europa è, oggi, nella posizione migliore per condurre la nuova rivoluzione industriale guidata dall’energia, prodotta con fonti rinnovabili ed immagazzinata e distribuita attraverso l’idrogeno. Il quadro negativo che abbiamo davanti oggi è chiaro: riscaldamento globale, crisi petrolifera, debito del Terzo Mondo, terrorismo. Secondo l’economista, siamo alla fine dell’era del petrolio.

La cosa veramente interessante è che Rifkin, lungi da limitarsi a fornire delle previsioni sconfortanti, propone un punto di vista positivo, vede nella nuova situazione delle nuove opportunità e potenzialità: a suo avviso siamo all’inizio della terza rivoluzione industriale.
La nuova rivoluzione industriale partirebbe dalla riorganizzazione dei centri di comando e controllo delle informazioni, che oggi è sempre meno concentrato e sempre più distribuito. Basta pensare alle attuali forme di comunicazione ed elaborazione delle informazioni quali i personal computer, internet, i satelliti, il wi-fi, che oggi collegano già il 20% dell’umanità. Manca ancora (e qui risiede la rivoluzione industriale e l’opportunità possibile) l’aspetto relativo alla creazione, immagazzinamento e distribuzione di nuove forme di energia per produrre ed alimentare le nuove forme di comunicazione.

Rifkin ipotizza che questa rivoluzione partirà con le fuel cell (celle a combustibile), alimentate da idrogeno, che verranno distribuite in centinaia di milioni di personal computer, di auto, in milioni di case, in milioni di negozi e imprese di piccole medie dimensioni. Con le fuel cell ad idrogeno “verde” prodotto dall’acqua, da fonti rinnovabili e da biomasse, inizierà una terza rivoluzione che partirà dal basso, perché ognuno di noi, come in internet, diventerà fornitore ed utilizzatore di energia e di idee. Una rete energetica di questo genere è già stata sperimentata con successo da IBM in Germania e USA.

Infine, secondo Rifkin, l’Europa è oggi nella condizione ideale per sviluppare questo nuovo modello, e in Italia le potenzialità (partendo dal basso, dalle province e dalle regioni) per costruire un “bottom-up network” energetico sono enormi, e in grado di generare nel lungo periodo (nei prossimi 20 anni) milioni di nuovi posti di lavoro.

(riduzione da “La Repubblica” del 3 ottobre 2005)

[print_link]

0

TFR – Istruzioni per l’uso

Ci siamo quasi.

Dal 1° gennaio ed entro il 30 giugno 2007 ogni lavoratore dipendente dovrà decidere cosa fare dei versamenti a venire del proprio T.F.R. (Trattamento di Fine Rapporto, la vecchia liquidazione insomma) e, dettagliatamente, se continuare con il sistema vecchio (mantenere il tfr in azienda e percepirlo all’atto di cessazione del rapporto di lavoro) oppure se rinunciarvi per aderire ad uno di quei meccanismi di gestione del denaro chiamati “fondo pensione”, per mezzo dei quali poter integrare la propria pensione con una quota di denaro a parte.

Nel marasma di informazioni -più o meno ufficiali e più o meno pubblicitarie- che si trovano in merito a questo lucrosissimo (parliamo di 14 miliardi di euro all’anno di versamenti TFR) argomento e, parlando non da esperto del settore, ma da cittadino comune e lavoratore direttamente coinvolto, m’interessa in questa sede, fare un po’ di chiarezza riguardo alle varie voci che si sentono o quantomeno fare un po’ di luce sui punti più scottanti, demandando l’approfondimento delle problematiche macroscopiche o delle situazioni specifiche ad altre sedi e modi.

In Rete (internet) le informazioni sono moltissime, ma tra le fonti che mi son parse più serie ed accreditate cito le seguenti:
http://www.tfr.gov.it/tfr/homeTFR.htm –> il sito istituzionale della Riforma previdenziale complementare.
http://www.beppescienza.it –> sito del prof. Beppe Scienza, autore de “Il risparmio tradito”, professore di matematica all’università di Torino.
http://www.asterisk.it –> Associazione Tutela Risparmiatori e Consumatori di Bolzano.

Innanzitutto delineiamo il quadro:

  1. La riforma della previdenza complementare nasce dall’esigenza da parte delle istituzioni di rispondere all’inevitabile decrescimento del valore della quota pensionistica della previdenza obbligatoria (INPS), effetto scaturito dalla riforma Dini del 1995 (il famoso passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo), o almeno questo è il motivo ufficiale.
  2. E’ importante ricordare a questo proposito che l’INPS sta pagando le pensioni con i contributi dei lavoratori attualmente attivi e che per i pensionati di domani (quelli che hanno iniziato a lavorare dopo il 1995) la pensione garantita s’aggirerà all’incirca intorno al 40% dell’ultimo stipendio, quota ritenuta certamente poco dignitosa.
  3. Ai fini di cui sopra, s’è pensato di “chiedere” ai lavoratori di rinunciare al proprio TFR (ex-liquidazione) hic et nunc, per aderire a dei fondi (cioè “sistemi di gestione finanziaria del denaro”, cioè “il mercato”, cioè “la borsa”) con i quali gestire tali versamenti e con il ricavato (?) di tale gestione andare così ad integrare la propria pensione garantita di vecchiaia o anzianità, quando sarà il momento.

Quali i problemi principali di questa “proposta”?

0

La finanza etica e l’esperienza di Banca Etica

Le diverse esperienze dell’economia solidale nascono come reazione valoriale, ma anche concreta e propositiva, nei confronti di una economia giudicata troppo attenta alla crescita della ricchezza e poco alla sua equa distribuzione, più incline alla competizione che alla solidarietà.
L’economia solidale rifiuta la massimizzazione del profitto come obiettivo primario delle attività economiche e di sviluppo della società; ritiene, invece, che tale obiettivo vada individuato nel profitto sociale e nell’attenzione al bene comune, cui tutti possono contribuire:  poggia sul concetto di cittadinanza attiva e responsabile e considera di volta in volta l’individuo come cittadino attivo, consumatore critico, risparmiatore consapevole e responsabile. In quest’ottica l’economia solidale si adopera per elaborare nuove esperienze che conducano ad uno sviluppo sostenibile, rispettoso di tutti i popoli e attento alla salvaguardia dell’ambiente naturale.
All’interno di tale movimento si è imposta una forte riflessione sulla valenza del denaro, inteso come mezzo per raggiungere il profitto sociale e non come fine a se stesso.
In questo contesto la finanza etica riflette proprio sull’utilizzo del denaro, visto naturalmente nella sua particolare forma di risparmio.

Cos’è la Finanza Etica? E’ una finanza che ha come punto di riferimento la persona e non il capitale, l’idea e non il patrimonio, la giusta remunerazione dell’investimento e non la speculazione. La raccolta  di risparmio e il suo impiego, avvengono attraverso una gestione trasparente, dando la possibilità ai risparmiatori di conoscere il funzionamento dell’istituzione che gestisce il risparmio e la destinazione di ogni finanziamento. In maniera innovativa rispetto al sistema finanziario tradizionale,  si adottano criteri di valutazione e modi operativi che prendono in considerazione, insieme alle performance dell’impresa ed ai suoi rendimenti economici, l’impatto sulla società e sull’ambiente delle attività finanziate. E’ in questo contesto che si inserisce Banca Popolare Etica.
Nata dall’ostinazione e dall’impegno del movimento delle Mag ( Mutue d’Autogestione), del mondo della cooperazione sociale, del volontariato e dell’associazionismo, Banca Etica festeggerà l’8 marzo 2005 il suo sesto compleanno.

L’articolo 5 dello Statuto afferma: “Banca Etica si propone di gestire le risorse finanziarie di famiglie, donne, uomini, organizzazioni, società di ogni tipo ed enti, orientando i loro risparmi verso le iniziative socio-economiche che perseguono finalità sociali e che operano nel pieno rispetto della dignità umana e della natura… Banca Etica svolge una funzione educativa nei confronti del risparmiatore e del beneficiario del credito, responsabilizzando il primo a conoscere la destinazione e le modalità di impiego del suo denaro e stimolando il secondo a sviluppare con responsabilità progettuale la sua autonomia e capacità imprenditoriale.”
Essa esclude “i rapporti finanziari con quelle attività economiche che, anche in modo indiretto, ostacolano lo sviluppo umano e contribuiscono a violare i diritti fondamentali della persona…”, escludendo, per  esempio, le relazioni con le imprese che commerciano in armi.
Coerentemente con questi principi, i finanziamenti concessi sono basati sulla valutazione di una istruttoria sia economica che socio-ambientale. I risparmiatori, le imprese sociali, le organizzazioni non profit e le imprese operanti in campo ambientale si dotano in tal modo di uno strumento finanziario concreto per affermare i valori della partecipazione democratica, della solidarietà, della trasparenza,  per uno sviluppo a volto umano dei territori in cui interagiscono.

[print_link]

0

Non solo profitti

L’economia solidale è un fenomeno complesso, che investe non solo il modo di produrre, ma anche di consumare e di impostare relazioni.
Parlarne significa accennare, almeno per stabilire un confronto, anche all’economia tradizionale, neoliberista, che ha nella legge di mercato e nel profitto le sue regole fondamentali.
In questa teoria economica, semplificando, altre considerazioni, come i riflessi sociali o gli impatti ambientali della faccenda, sono considerati solo fastidi da scacciare come un pensiero cattivo o da valutare proprio quando non se ne può fare a meno per evitare danni peggiori.
Tuttavia questi problemi esistono, si manifestano, condizionano il vivere sociale e allora, se non si può eliminare del tutto la legge del profitto e del mercato perché sarebbe controproducente e dannoso anche per la collettività, come afferma Amartya Sen, economista, premio Nobel nel 1998, ci si chiede se non se ne possano limitare gli effetti, affiancando a quello tradizionale, un modello di creazione e di acquisizione di beni e servizi che preveda anche lo sviluppo delle persone, che ne rispetti la dignità, che abbia di mira uno sviluppo sostenibile, che non distrugga l’ambiente, che abbia attenzione ai Paesi poveri.
La risposta è affermativa ed è l’economia solidale, o economia civile, o di comunione che può, sempre secondo l’opinione di Amartya Sen, diventare complementare alla prima.
Questa teoria economica non è un’utopia come dimostrano efficacemente innumerevoli iniziative messe in atto, ispirate alle sue idee base che si possono così riassumere:

  • l’economia della solidarietà non è carità, ma un modo serio e, in molti casi, produttivo e creativo di intendere l’intraprendenza economica;
  • essa coniuga, accanto all’efficacia ed all’efficienza, il rispetto del giusto salario del lavoratore, un coinvolgimento diretto di questi nei processi decisionali della struttura, il rispetto delle risorse ambientali, l’attenzione, anche umana, al cliente-utente, la democrazia interna nelle aziende;
  • si fonda inoltre sul criterio della reciprocità  per strutturare rapporti interni ed esterni.

Appare chiaro, da quanto detto, che aderire a questo modello economico implica anche un modo diverso di concepire il proprio modo di essere consumatori. Significa cioè pensare, come diceva un grande capo indiano, che la terra non ci è stata data in eredità dai nostri padri, ma in prestito dai nostri figli, e che a loro dovremo rendere conto delle condizioni nelle quali gliela restituiamo.
Bisogna, in una parola, ricalibrare le scelte del consumo quotidiano, modificarne la struttura secondo giustizia, chiedendosi perciò da dove viene un certo prodotto, quali materie prime sono state impiegate, come sono state pagate, chi ci ha lavorato, che conseguenze ha subito l’ambiente, etc…
Un altro aspetto interessante di questa nuova progettualità economico-finanziaria è il fiorire di tante esperienze collettive radicate sul territorio, che offrono diverse opportunità e strumenti  concreti di sbocco.
Ecco nascere, a partire dagli anni ’80, Cooperative sociali, Mutue di autogestione, Banca popolare etica, Bilanci di giustizia, Fondazioni  di prevenzione dell’usura, Gruppi di acquisto solidale, Conti etici, etc..
Alla base di tutte queste iniziative c’è lo strumento innovativo, direi anzi rivoluzionario del microcredito che, nato nel Terzo Mondo ad opera dell’economista e banchiere Muhammad Yunus, fondatore della Grameen Bank, ha trovato applicazione e forte presa anche nell’Occidente e che si basa su un concetto molto semplice: anche un povero, senza garanzie reali o patrimoniali, quando ha una buona idea, deve poter accedere al credito per provare a realizzarla. Aumenta così la dinamicità economica, sociale ed anche politica.
Inoltre, come osserva ancora Amartya Sen, “il microcredito è un movimento creativo: è contro la tradizionale economia di mercato che non presta denaro senza garanzie, ma non è contro l’utilizzo del mercato”.
Progetto economico quindi, non carità. Le prime a servirsi dello strumento del microcredito in Italia sono state le Mag (Mutue di autogestione), prima fra tutte quella di Verona nel 1978, che rifacendosi ad esperienze ottocentesche di autofinanziamento messo in atto nelle classi povere, si misero a raccogliere denaro per usi alternativi, per sostenere imprese autogestite no-profit, che tentavano di conciliare esigenze produttive con quelle sociali ed ambientali.
Le Mag supportavano l’azione di prestito con interventi di promozione, consulenza, formazione, accompagnamento.
Il successo dell’iniziativa, il suo dilatarsi hanno poi convinto le Mag che serviva un grosso soggetto finanziatore, forte, significativo ed autorevole, ed è nata così, con il concorso di altre forze, nel 1995, la Banca popolare etica, “una splendida fionda di Davide” come l’ha definita padre Alex Zanotelli, una banca che finanzia i soggetti del terzo settore (MAG, Cooperative sociali, ONG, Gruppi di volontariato, etc.) che hanno un progetto serio di sviluppo di solidarietà anche in termini imprenditoriali e non solo umani e sociali. Ma questo strumento dell’economia solidale e le sue peculiarità vi saranno ampiamente illustrati dalle relazioni di questa sera, alle quali io passo il testimone.

[print_link]