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“Natura in città” con Michele Zanetti

COMUNICATO STAMPA DEL 24/03/2019

La Ruota presenta, venerdì 5 aprile 2019 alle ore 20:45, presso la Villa Ronzani di Giai di Gruaro, la ricerca di Michele Zanetti “Natura in città. La Biodiversità urbana nella Pianura Veneta”.

L’ambiente urbano costituisce un habitat di straordinario interesse per la flora e la fauna selvatiche. Centinaia di specie, non solo antropofile, coabitano con l’uomo, occupando nicchie interstiziali e contribuendo, spesso, al miglioramento e alla vivibilità dello stesso ambiente urbano; ma anche creando difficili problemi di convivenza. Michele Zanetti, autore della ricerca, presenterà l’orto botanico e lo zoo selvatico urbano svelandone le curiosità e i segreti.

Michele Zanetti, naturalista divulgatore e scrittore, ha pubblicato la ricerca “Natura in città. La Biodiversità urbana nella Pianura Veneta” con l’intento di offrire un ulteriore contributo alla conoscenza della naturalità che condivide con noi spazi abitativi, vicissitudini climatiche e destini.

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“Ombre dal passato” di Michele Zanetti

Venerdì 9 marzo 2018 alle ore 20:45, presso la Villa Ronzani di Giai di Gruaro, ospiteremo il naturalista Michele Zanetti, che ci parlerà del lupo, della sua etologia, della sua presenza e diffusione nel Veneto.

Il relatore ci presenterà anche un aspetto letterario di questo affascinante animale, nel libro di racconti “Ombre dal passato. Storie di uomini e lupi”, dove vengono rivelati la passione e l’attrazione dell’autore per questo fiero ed indomito animale.

“Sei storie precedute da una lunga nota introduttiva di carattere biografico, in cui l’autore riscopre le tracce del lupo disseminate lungo l’intero suo percorso di vita.”

In allegato la locandina della serata, passate parola!

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A Boldara di Gruaro

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il comunicato dell’associazione “Un parco per Boldara”

Nei pressi del mulino dismesso sulla riva sinistra del fiume Lemene in località Boldara di Gruaro (VE), sopravvivono, successivamente ad un opera di restauro decennale ed ancora in corso, lembi delle originarie flora e fauna tipiche degli ambienti umidi della pianura padana.
L’area ricade in un Sito di Importanza Comunitaria e Zona di Protezione Speciale tutelati dall’Unione Europea comprendenti i fiumi Reghena e Lemene e le cave di Cinto Caomaggiore ed ospita inoltre prati umidi, vegetazione fluviale e lembi di quel bosco di pianura che ricoprivano l’intera Pianura prima dell’opera di disboscamento e bonifica delle paludi a fini agricoli intrapresa a cominciare dal I secolo a.C.

Il ripristino ambientale dell’area allora adibita a discarica abusiva fu iniziato su base volontaria nel 1989 da Claude Andreini, anche grazie alla consulenza dell’architetto paesaggista Paolo De Rocco, del Corpo Forestale dello Stato e all’avvicendarsi nel tempo di diversi volontari, riportando nel sito essenze erbacee, arbustive ed arboree indigene, alcune delle quali attualmente considerate rare e/o minacciate a livello nazionale o continentale.
Specie che tipicamente trovano nei suoli umidi e ricchi di humus della bassa pianura il loro habitat ideale e che un tempo costituivano parte integrante di siepi e boschetti del paesaggio agrario padano tradizionale, ma che a causa della quasi totale distruzione della vegetazione originaria cui è andata incontro la Pianura, ad oggi è possibile ritrovare solo in poche decine di formazioni boschive sparse dal Friuli al Piemonte.

Tale opera di restauro dell’habitat originario ha portato il sito di Boldara ad essere incluso dapprima nell’Oasi di Protezione “Boldara di Portovecchio”, poi nel Parco Regionale dei fiumi Reghena, Lemene e Laghi di Cinto ed infine nell’Area Protetta Comunitaria sopra citata.
Le acque di risorgiva, assieme al regime di protezione accordato dalla normativa, permettono così la persistenza delle specie vegetali di pregio reintrodotte negli anni, quali ontano nero, frassino ossifillo, orniello, acero campestre, farnia, salice cinerino, tiglio selvatico, carpino bianco, sorbo, corniolo, carici e giunchi. Tale vegetazione garantisce riparo, risorse alimentari e habitat per la riproduzione di diverse specie di Uccelli acquatici migratori come la garzetta, l’albanella reale e l’airone rosso, e nidificanti come il tarabusino, la nitticora e l’avèrla piccola, Anfibi come l’ululone dal ventre giallo, il tritone crestato e la rana di Lataste, Rettili come la testuggine palustre e Pesci come la trota fario, il barbo italico o la lasca, protette a livello nazionale ed europeo.
Il sito è liberamente ed agevolmente fruibile a chiunque voglia godere della bellezza della natura circostante grazie a due differenti percorsi, uno a sud ed uno a nord del mulino, attrezzati con panchine, tabelle esplicative delle specie autoctone, pattumiere e passerelle in prossimità dei canali.

Dal 1995 esiste inoltre l’Associazione “Un Parco per Boldara”, volta alla promozione della conoscenza di quanto fatto per riportare nel sito condizioni di semi-naturalità e degli eventi che periodicamente in esso si svolgono, quali mostre e festival internazionali di pittura e fotografia (rassegna ArtInBosco), cineforum e le numerose visite didattiche rivolte alle scuole.
In mancanza di altre forme di presidio, l’opera di manutenzione, cura e pulizia di questa porzione dell’Area Protetta è portata avanti, oltre che da Andreini stesso, da pochi volontari, fra i quali c’è chi scrive.
Tuttavia, lo sforzo di poche persone consente con difficoltà di effettuare tutti gli interventi che risultano necessari alla fruizione e conservazione dell’area;  la manutenzione ordinaria consiste prevalentemente nell’eradicazione di specie infestanti (rovi, acacie), in nuove piantumazioni, potature, pulizie della roggia da ramaglie e rifiuti, tagli di piante morte in piedi.

Chiunque volesse a vario titolo contribuire secondo le sue personali inclinazioni, possibilità, conoscenze e disponibilità a questa attività di conservazione e presidio del territorio, è benvenuto in qualunque momento.
Infine, si invita il lettore a visitare l’Oasi, magari apprezzando e godendo della natura che in quel territorio presenta un esempio di ambiente autoctono di rara bellezza, dove il Lemene crea un’ ampia ansa adiacente al rudere del mulino che il turista curioso può apprezzare percorrendo la passeggiata verso il suo margine meridionale.

Per informazioni: 377 2746034
Facebook: Associazione Un Parco Per Boldara

Davide Roviani, Claude Andreini, Damiano Nonis, Alessio Padovese, Nicola Nonis, Emanuele Bellotto, Erika Gasparotto

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“Prati di pianura” di Corinna Marcolin e Michele Zanetti

Salve a tutti!

Venerdì 19 aprile 2013 alle ore 20:45, presso la Villa Ronzani di Giai di Gruaro, i nostri amici Corinna Marcolin e Michele Zanetti presenteranno il loro volume: “Prati di pianura. Aspetti paesaggistici, naturalistici ed ecologici”, ed. nuovadimensione.

dal comunicato stampa dell’Associazione Naturalistica Sandonatese:

copertina 'Prati di pianura'

Se volessimo stilare un elenco degli habitat della pianura umanizzata, che risultano minacciati dall’opera di semplificazione dell’uomo, dovremmo cominciare dai prati.
Mai come in questa fase storica, infatti, i prati di pianura del Veneto sono stati a rischio di scomparsa. E’ un po’ quanto accadeva per i boschi circa due decenni or sono; in quel caso però l’intervento della CEE a sostegno dei rimboschimenti ha prodotto risultati di grande rilievo. Per i prati, invece, le cose stanno in termini assai diversi. La loro importanza, peraltro, non viene colta dai più; il loro interesse paesaggistico risulta assai meno evidente e quanto all’interesse economico legato alla zootecnia domestica, esso risulta estinto da alcuni decenni.
A ben vedere i soli prati che interessano la nostra società sono quelli dei campi da calcio (in grado persino di influenzare la politica nazionale!) e i prati all’inglese: ovvero le espressioni in assoluto più banali e povere degli stessi prati.
Quelle citate sono alcune delle ragioni che hanno indotto i due autori del volume (…) ad occuparsene. A documentare cioè i caratteri botanici, faunistici, ecologici, nonché il pregio paesaggistico, delle residue praterie di pianura. A parlare della loro importanza come habitat ospite di una biodiversità preziosa. Ma a parlare, al tempo stesso, della bellezza, intesa appunto come complessità ed armonia naturalistica che il prato esprime, ad esempio, nel momento della fioritura.

Allego la locandina dell’evento e vi invito a segnalare la serata.

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Lo sapevate che!?

Il Comune di Caorle ha inserito nel proprio PAT (Piano di Assetto del Territorio) un villaggio turistico per 6700 posti letto su 50 ettari di bonifica a monte del ponte della Valle Vecchia!

Ai pubblici amministratori interessa solo l’urbanizzazione balneare e creare città-fantasma abitate forse solo per brevi periodi all’annno!

Per saperne di più ci siamo rivolti nuovamente al naturalista Michele Zanetti dell’Associazione Naturalistica Sandonatese, che da sempre si batte per difendere  l’integrità di ciò che resta dei nostri territori contro una cementificazione indiscriminata e immotivata.

L’incontro si terrà venerdì 30 novembre 2012 alle ore 20:45, presso la Villa Ronzani di Giai di Gruaro.

Vi aspettiamo numerosi, poiché l’ambiente è un bene di tutti e la sua conoscenza ne determina la difesa.

In allegato la locandina dell’evento, invitiamo tutti a segnalare la serata.

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“Paesaggi fluviali nel Veneto Orientale”, a cura di Francesco Vallerani

Segnalo che venerdì 2 marzo 2012 alle ore 20.45, ospiteremo il prof. Francesco Vallerani dell’Università “Ca’ Foscari” di Venezia, per una conferenza dal titolo: “Paesaggi fluviali nel Veneto Orientale: da patrimonio ambientale a opportunità per una urbanistica sostenibile”.

FRANCESCO VALLERANI, nato a Camposampiero (PD) il 7 giugno 1954, si è formato presso il Dipartimento di Geografia dell’Università di Padova, sotto la guida dei Proff. G.B. Castiglioni e M. Zunica, laureandosi in Lettere nel 1978.

Dall’anno accademico 2008/2009 assume la docenza di Storia della Geografia e delle Esplorazioni per la Laurea Magistrale Acel, avviando così un nuovo filone di ricerca dedicato allo studio dei viaggiatori in età coloniale, con particolare riguardo all’outback australiano. Sempre nel 2009 ha coordinato un numero monografico della rivista La Ricerca Folklorica dedicato alla navigazione tradizionale in ambienti anfibi.

Nel 2010 ha avviato un progetto di ricerca, con la collaborazione del collega Antonio Paolillo e con la Fondazione Ligabue di Venezia, sull’evoluzione geostorica dei paesaggi antropici nei LLanos de Mojos, nelle regioni del Beni e del Chapare boliviano. Ha diretto l’attività di ricerca sul campo portata a termine nel novembre del 2010.

L’incontro si terrà  presso la Villa Ronzani di Giai di Gruaro.

Allego la locandina dell’evento ed invito come sempre tutti a segnalare la serata.

Vi attendiamo numerosi!

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Cartoline da Gruaro

E’ proprio così che i gruaresi avrebbero voluto il loro paese?

E’ questa la domanda che mi sono posta, alla vista degli ultimi interventi urbanistici, chiamati “riqualificazione”, della nostra amministrazione.

Siamo proprio sicuri che quest’ultima cementificazione, a scapito del verde pubblico, porterà maggiore benessere e che il territorio del Comune acquisterà in qualità di vita?

Nei 30 anni e oltre che abito a Gruaro, ho visto l’ambiente trasformarsi con una massiccia edificazione abitativa, anche se la popolazione è aumentata di pochissimo.

Non mi sembra ancora che l’edificabilità artigianale abbia garantito un maggiore impiego ai giovani.

Perchè gli abitanti di un luogo non dovrebbero essere consultati sulle scelte dei loro amministratori, quando queste riguardano il loro vivere futuro?


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TAV (VE-TS): soluzione o problema?

Il titolo dell’articolo è tratto dal tema del convegno svoltosi a San Donà di Piave nel dicembre 2010, con la partecipazione di docenti universitari e di tecnici di livello regionale e nazionale. Se la Ferrovia ad Alta Velocità sia infatti una soluzione o un problema è un quesito a dir poco affascinante, anche se assai poco coinvolgente; almeno a giudicare dal livello d’attenzione sino ad ora suscitato nei cittadini del Veneto Orientale.

Per capire se lo stesso quesito sia o meno ozioso (oltre che affascinante) si propone di partire dalla “soluzione” che la stessa TAV andrebbe a rappresentare. Già, soluzione; ma soluzione a che cosa? Non esiste, nel Veneto e nel Friuli (stiamo parlando della tratta Venezia-Trieste) una “emergenza trasporti ferroviari”. Nel senso che, se è vero che i treni italiani sono indecenti e in perenne ritardo, è altrettanto vero che la linea a due binari esistente è sfruttata appena al 70 % della propria capacità. Si potrà obbiettare, a questo punto, che non esiste neppure un’emergenza abitativa o di capienza balneare, eppure si continua a costruire allegramente consumando territorio a ritmi impressionanti.

Qualcuno, disinformato e in vena di facezie come l’Assessore regionale alle infrastrutture Chisso, ha quindi sostenuto che la TAV avrebbe potuto smaltire parte del traffico merci attualmente su gomma. Peccato che gli esperti dello stesso Ministero sostengano che le merci non possono viaggiare sugli stessi binari dell’Alta Velocità; non solo, ma che le sole merci che attualmente conviene trasportare in ferrovia e su lunghe tratte, sono quelle povere (materie prime quali carbone, sabbia, legnami, ecc.): giusto quelle di cui l’Italia non dispone.
Come se non bastasse tutto questo è stata appena avviata la realizzazione della terza corsia autostradale, fortemente voluta dalla Regione Friuli (che detiene l’80% delle azioni di Venetostrade e che dal traffico autostradale trae un utile annuo che si aggira intorno ai 20-25 milioni di euro) e dalla Regione Veneto. Si potenzia cioè il traffico su gomma (che è in buona parte di puro attraversamento) e si dice, contestualmente, di volerlo trasferire in parte sull’Alta Velocità.

Ecco allora che l’espressione “soluzione”, riferita alla TAV, assume un significato diverso. Soluzione la TAV lo è per l’apertura di cantieri, ovvero per la movimentazione di montagne di denaro a beneficio dei soliti, noti e ignoti. E poco importa se la criminalità organizzata si inserisce nel colossale affare (che per i cittadini oltretutto è soltanto fonte di un maggiore debito pubblico): l’importante è che il denaro possa circolare (con buona pace del ministro leghista Maroni che si offende quando Saviano dice che la Mafia e la Camorra fanno affari al nord, dove la Lega comanda).
Fin qui l’asserita soluzione, trascurando volutamente le facezie della presidente della Provincia di Venezia Zaccariotto, che in una intervista televisiva ha avuto il coraggio di affermare che la TAV “avrebbe potuto determinare benefici al traffico balneare” (!).

Veniamo ora al problema; perché se non è soluzione, problema la TAV lo è eccome.
Si tratta invero di un problema articolato e di drammatiche dimensioni; ovviamente non percepito o soltanto in minima parte dai cittadini, che sono stati tenuti accuratamente all’oscuro di tutto questo, sia dalle istituzioni locali che dai partiti, ovvero dagli stessi che dovrebbero garantire la democrazia.

Il problema principale è costituito dalla devastazione territoriale. Dalla distruzione irreversibile della sola, vera risorsa che questa società lascerà in eredità al futuro e che appare ancora costituita dall’ambiente, dal territorio, dalla naturalità residua e dal paesaggio.
Qualcuno ha sostenuto (non manca mai il Vauro di turno, ovvero il cittadino in vena di facezie) che con qualche barriera arborea si risolve il problema estetico. Noi siamo di diverso avviso, perché un viadotto di altezza oscillante fra i tre e i dieci metri attraverso le campagne di Altino, Cà Tron, Marteggia, Millepertiche, Caposile, Palazzetto, Stretti, Busatonda, Sant’Elena, San Stino, Lison, ecc. ecc. andrà a determinare un impatto devastante e irreversibile. Uno sfregio destinato a durare per l’eternità (quella degli uomini, ovviamente) e a cambiare la vita e la percezione del proprio ambiente a migliaia e migliaia di cittadini. Come a dire che Attila, al confronto, era un alunno del collegio delle Suore, un bimbetto innocente, essendo che gli effetti delle sue terribili scorribande si cancellavano nel volgere di uno, due decenni.

Ci sono poi i problemi idrogeologici, ovvero quelli legati alla capacità portante di terreni imbevuti d’acqua perché di bonifica; o, ancora peggio, quelli dovuti ai passaggi sotterranei (vedi Mestre-Marghera-Tessera), con l’interruzione del deflusso di falda che sorregge i territori lagunari e litoranei.
Ci sono i problemi connessi con l’apertura di cantieri destinati a durare una generazione (un quarto di secolo appena!). Cantieri che andranno a significare nuove strade, migliaia di automezzi in transito, nuove cave e i bambini che cresceranno avendo la percezione di essere nati in un gigantesco cantiere, anziché nella leggendaria “Venezia Orientale”, tanto declamata quanto vituperata.

Infine, ma non certo da ultimo, nella scala attuale di valori della politica locale e nazionale, il problema economico. Problema che può essere tradotto in sintesi in un quesito: chi pagherà la TAV?

Bella domanda; anche questa estremamente suggestiva, perché la risposta è: non saranno l’assessore Chisso e il presidente Zaia a pagare, ma saremo noi. Saranno i cittadini, saranno cioè proprio coloro che la TAV la vedranno passare e basta e che a Kiev non andranno mai (a Kiev sembra non ci sia una grande domanda di badanti e quanto al turismo, langue).

A questo punto riteniamo che il quadro, anzi l’affresco (perché questo è il paese di Michelangelo e noi, nonostante tutto, siamo i suoi discendenti) sia abbastanza dettagliato. Questo significa, concludendo, che chi ha occhi per vedere, sensibilità per percepire e cultura per capire, potrà farsi un’idea della TAV. Un’idea che non significa “l’altra TAV”, ovvero una soluzione meno impattante, che esiste soltanto nella fantasia di qualcuno; ma che significa che il solo tracciato possibile della TAV è quello che non esiste.

Riferimenti:

Wikipedia

Ferrovie a nordest

Comitato NO TAV Venezia Trieste

Movimento 5 Stelle Basso Piave

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Incontro con Michele Zanetti, “Gli animali stanno vincendo”

Salve a tutti!

Informo che venerdì 18 febbraio 2011 alle ore 21, presso la Villa Ronzani di Giai di Gruaro, si terrà l’incontro con l’amico, collaboratore e naturalista Michele Zanetti dell’Associazione Naturalistica Sandonatese, che presenterà il suo volume dal titolo “Gli animali stanno vincendo”.

Allego la locandina dell’evento ed invito tutti a segnalare la serata.

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Acqua. Che altro?

È partita la raccolta di firme per il referendum contro la privatizzazione dell’acqua, cioè per l’abrogazione del cosiddetto “Decreto Ronchi”. Che cosa significa privatizzare l’acqua? Padre Alex Zanotelli, parlando a nome del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, ha usato questa espressione: “Avete mai pensato di privatizzare vostra madre? Privatizzando l’acqua è come se voi lo faceste”. La madre ci dà la vita, quindi è come se privatizzassimo la nostra vita, che, quindi, non ci appartiene più ma appartiene a coloro che hanno il potere di aprire o chiudere il rubinetto. Sillogismo ardito? Vediamo.

Per la legge italiana l’acqua è un bene pubblico (Legge 36/1994, c.d. “Legge Galli”). Enunciato questo principio fondamentale, la legge declina una serie di norme mirate alla razionalizzazione di ciò che viene chiamato servizio idrico integrato, ovvero la gestione, secondo criteri di economicità efficienza ed efficacia, degli impianti, delle reti e delle strutture che consentono da un lato l’approvvigionamento e la distribuzione dell’acqua, dall’altro il suo smaltimento e depurazione. L’Ente pubblico preposto alla gestione del servizio viene chiamato A.T.O. (Ambito Territoriale Ottimale). Sino ad oggi gli A.T.O. hanno assorbito le competenze dei consorzi acquedottistici di interesse locale con l’obiettivo di accorparli e di assumere una competenza territoriale coincidente con quella della provincia di appartenenza.

Quindi, subdolamente, la legge del 1994 salva in maniera farisaica il principio di acqua come bene pubblico ma sposta radicalmente gli obiettivi sulla gestione del servizio idrico che è un servizio pubblico e come tale va affidato sulla base delle normative europee in materia di appalti pubblici di servizi. Dal 1994 ad oggi il settore è stato oggetto di una miriade di provvedimenti da parte della CE e da parte dei Governi italiani che si sono nel frattempo succeduti con il risultato di legittimare un principio che appare inaccettabile: con l’acqua si fanno profitti. I famigerati “combinati disposti” dei vari provvedimenti legislativi, ultimo il c.d. Decreto Ronchi, prevedono infatti l’affidamento del servizio idrico integrato con gara d’appalto di rilevanza europea a soggetti privati e la possibilità, da parte dei privati aggiudicatari del servizio, di intervenire sulle tariffe aumentandole per conseguire profitti. Assurdo: io Stato ti legittimo ad aumentare il prezzo dell’acqua a tuo piacimento perché tu possa fare profitti!

Fare profitti significa disporre di una quantità di denaro (molto) che deriva dalla differenza fra i ricavi e le spese. I ricavi sono dati dai soldi che ogni utente versa pagando la bolletta, le spese sono le spese di gestione degli impianti, del personale, dell’energia elettrica, del consiglio di amministrazione, dei vari presidenti, segretari, ecc. e degli investimenti. Come si fanno i profitti? Aumentando le bollette e non facendo investimenti (monsieur de Lapalisse ringrazia infinitamente). Perché, in nome del mercato, del liberismo, della libera impresa e di tutte le menzogne che ci stanno raccontando da almeno trent’anni, non si possono certo obbligare i poveracci che fanno profitti con le nostre bollette a reinvestirli nel miglioramento delle reti. Le quali reti, secondo l’ultimo rapporto del Comitato per la Vigilanza sull’Uso delle Risorse Idriche, sono un vero e proprio colabrodo. Lo stato di usura è tale da provocare la perdita media del 34% dell’acqua immessa nelle tubature ed il 30% della popolazione italiana è sottoposto ad approvvigionamento idrico discontinuo ed insufficiente. Vi sono, anche nel nostro territorio, centinaia di chilometri di reti costituite da tubazioni in acciaio ormai bucate dal fenomeno delle cosiddette micro pile geologiche o costituite da eternit.