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Il cammino di Santiago di Gino Milani

Agli interessati, ai curiosi, a tutti quelli che vogliono saperne di più.

L’associazione culturale “La Ruota” Vi propone una serata con un camminatore amatoriale, il sig. Gino Milani, che ha documentato con foto la sua fatica di 790 km  da Roncisvalle a Santiago de Compostela.

Per ripercorrere virtualmente il cammino insieme a lui, ci troviamo venerdì 4 novembre 2016 alle ore 20.30 presso Villa Ronzani, a Giai di Gruaro.

Vi aspettiamo numerosi.

In allegato la locandina della serata.

Per raggiungere Villa Ronzani -> CLICCA QUI

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Ghana, Togo, Benin

Il mio viaggio in Ghana, Togo, Benin, non era finalizzato a visitare luoghi, ma ad incontrare etnie e tribù che vivono in quei territori. Ho così percorso quasi 2500km su strade per la maggior parte mal asfaltate o in terra battuta ed ho notato alcune diversità fra questi Paesi.

In Ghana (ex Costa d’oro, ex colonia inglese e primo stato africano a rendersi indipendente) ho visto molte scuole, coltivazioni intensive specialmente di cacao e manioca; negli altri due stati, ex colonie francesi, dove la lingua ufficiale è ancora il francese, mi è sembrato di vedere più miseria, poche scuole e molta carenza di energia elettrica. Questa mia impressione è stata confermata dalla nostra guida, un togolese, il quale diceva che le cose funzionano meglio in Ghana, in particolare per quanto riguarda scuola e sanità, tant’è che i Togolesi più benestanti vanno a curarsi nelle strutture ghanesi.

Ma ritorniamo al viaggio: Accra, la capitale del Ghana con circa 2 milioni e mezzo di abitanti mi si presenta con un traffico caotico di biciclette, motorini, carretti, auto scassate e camioncini sgangherati il tutto in un concerto assordante di clacson; qui tutta la vita sociale ed economica si svolge sulla strada, dove è possibile trovare di tutto, perfino casse da morto a volte dalle forme bizzarre.

Il giorno dopo parto, attraverso un paesaggio di colline e foreste, alla volta di Elmina. Questa cittadina, assieme a Cape Coast, è tristemente famosa per il suo castello-fortezza costruito dai Portoghesi, e poi usato anche dai Francesi e dagli Inglesi e che serviva come base per la tratta degli schiavi. Qui venivano imprigionati i neri destinati alla deportazione e quelle stanze divise per uomini e donne, le celle per i riottosi, le segrete, le ampie stanze per le truppe e il lussuoso appartamento per il governatore di turno  evocano l’orrore della prigione e la crudeltà dei carcerieri. Bella la cittadina di Elmina, un tipico porto di pesca con centinaia di piroghe colorate.

Proseguo poi per Kumasi, che è considerata la capitale degli Ashanti, numeroso e ricco popolo, ben integrato nella vita del Paese. Qui ho visitato il palazzo del re ed il relativo museo, che conserva una ricchissima collezione di gioielli ed insegne reali in oro massiccio. Nel pomeriggio ho assistito, nel palazzo reale, ad una festa “akwasdae”, cioè un’uscita pubblica del sovrano che avviene ogni 42 giorni. Sotto un ombrello colorato, portato dai sudditi, arriva il re, vestito di stoffe preziose e adornato di antichi gioielli d’oro e si siede sul trono; segue poi una cerimonia alla quale intervengono numerosi rappresentanti: dai dignitari, alle autorità civili del governo ghanese a quelle religiose, compreso il nunzio apostolico.

Il giorno dopo, cambiando totalmente registro, partecipo ad un funerale ashanti; a questa cerimonia assistono alcune centinaia di persone che sfoggiano dei bellissimi costumi tradizionale rigorosamente neri e rossi. Il rito, che avviene mesi dopo il decesso e la sepoltura è un evento festoso e segna il passaggio del defunto tra gli avi.
Sono entrato in questo grande cortile e per prima cosa, io e i miei compagni di viaggio, abbiamo stretto, in segno di partecipazione, la mano ai famigliari. Successivamente, al ritmo di musiche e danze tradizionali, gli ospiti presentano le loro offerte alla famiglia del defunto, che in questo caso, era una donna morta 4 mesi prima.

Dopo questo bagno di folla, proseguo il viaggio verso Nord e il paesaggio muta e da foresta diventa, a poco a poco, savana; costeggio il lago Volta ed incontro dei minuscoli villaggi, dalle belle capanne d’argilla appartenenti alla etnia Gondja. Verso la frontiera con il Togo visito i villaggi Dagomba: questa popolazione rappresenta un ottavo dell’intera popolazione ghanese.

I loro villaggi si caratterizzano per la numerosa presenza di case rotonde con i tetti di paglia. Gli abitanti, dediti all’agricoltura, condividono questi territori con altri gruppi fra cui i KonKomba e proprio in uno dei loro villaggi ho visto raggruppate delle donne sulle quali pesava l’accusa di stregoneria e solo il capovillaggio, una specie di santone può decidere quando liberarle da questo malocchio.

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Uzbekistan

Molti, sentendo che sono andato in Uzbekistan, mi chiedono incuriositi il perché di una meta così insolita, poco nota al grande pubblico.
Questa domanda mi costringe ad una rapida riflessione per mettere a fuoco le varie motivazioni che mi hanno spinto ad una tale scelta e, dopo aver pensato di citare, tra il serio ed il faceto, come prima scintilla della mia curiosità, la canzone “Samarcanda” di Vecchioni, arrivo sempre alla conclusione che ciò che mi attira di un luogo e di un popolo è il suo passato, la sua storia e le tracce che essa ha lasciato nel presente e che, a questo proposito, l’Uzbekistan aveva molto da offrirmi.

Questo paese, situato nell’Asia centrale, ad est del Mar Caspio, confinante con l’Afghanistan ed il Tian Shan cinese, è stato uno snodo importante della Via della seta che collegava, nel Medioevo, il Vecchio mondo e l’Oriente ed è stato percorso dai mercanti delle più svariate nazionalità e dal nostro Marco Polo, nel suo viaggio di andata verso la Cina. Il paese fu  conquistato da Gengis Khan, il grande imperatore mongolo (1167-1227), e da Sarmarcanda, la città più nota dell’Uzbekistan, partì Tamerlano (1336-1405) discendente del primo, per la conquista della Russia meridionale, della Turchia, dell’Iran, dell’India. Nella città uzbeka si trova il mausoleo del grande conquistatore.
In tempi più recenti, l’Uzbekistan è entrato a far parte dell’Impero zarista e poi dell’URSS, da cui si staccò nel 1992, diventando una repubblica presidenziale con caratteristiche dittatoriali (le prime elezioni “libere” risalgono al 2007).

Il passato più remoto e grandioso e quello più recente, sovietico, convivono, ma è certamente il primo a prevalere e ad affascinare il visitatore, anche se è più leggibile e tangibile in centri come Bukara e Khiva, che a Samarcanda, la località più nota, dove è visibile ancora solo nella piazza principale, Registan, abbracciata da moschee e madrase (scuole coraniche); il resto della città conserva l’impronta dell’architettura dei paesi del socialismo reale, con spazi ampi e palazzoni squadrati. Per avere uno spaccato di vita quotidiana e reale, basta visitare i numerosi mercati, con la loro esplosione di merci e colori ed in particolare, sempre a Samarcanda, quello della frutta, il più antico di tutta l’Asia; qui ci si imbatte in gente cordiale e curiosa, simpaticamente attratta da ciò che è inconsueto e nuovo, come, nella fattispecie, una ragazza di colore del nostro gruppo che ha catalizzato su di sé molti sguardi. Questo atteggiamento è frutto dell’isolamento in cui il paese è vissuto per tanto tempo e che l’apertura al turismo comincia ad intaccare.

Il ritmo della vita scorre lento, a misura d’uomo, e non è raro anche in città, accanto alle automobili, Fiat e Daewoo, veder passare degli asini.
La giornata lavorativa e la vita sociale sono scandite dal corso del sole per cui, alle 21, le città sono pressoché deserte e buie, secondo una consuetudine tipica delle comunità preindustriali; del resto l’agricoltura, imperniata soprattutto sulla coltivazione del cotone, è ancora l’attività principale del paese e, al momento della raccolta, scendono in campo non solo i contadini, ma anche studenti e professori, come nel caso della nostra guida.

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A colloquio con un viaggiatore… Etiopia

Conosco Guido Rossi da sempre e, prima di lui la sua famiglia, ma era una conoscenza superficiale, che nasceva dalla contiguità e non dalla frequentazione, per cui sapevo che studi aveva fatto, conoscevo la sua passione per il Milan, mi appariva come una persona cordiale e riservata, ma nulla più. Mi era giunto sì all’orecchio di alcuni suoi viaggi in altri continenti, ma pensavo nascessero, come per la maggioranza, da un fatto di moda, dal gusto per l’esotico, o concretamente dal fatto che andava in ferie in periodi in cui queste mete diventano particolarmente appetibili; poi la svolta: alla ricerca di materiale per il giornale, su indicazione di un’amica comune, ho fatto con lui una lunga chiacchierata sul suo ultimo viaggio in Etiopia, ed allora mi sono trovata davanti ad un viaggiatore autentico, con i suoi appunti di viaggio, attento a ciò che aveva visto, desideroso di capire più che di giudicare, pronto a cogliere l’autenticità dell’esperienza fatta. Innanzitutto mi ha incuriosito la meta prescelta, l’Etiopia e alla mia domanda egli mi ha risposto che la scelta era stata determinata dal fatto che a lui interessa il passato più che il presente ed in particolare tutto ciò che riguarda l’uomo ed il suo rapporto con l’ambiente, i suoi costumi, i suoi modi di vivere.

Avevo letto -racconta Guido- di come nell’Etiopia meridionale, vivessero delle etnie che avevano mantenuto le loro peculiarità, per dire così primitive, che non si erano assimilate alla maggioranza della popolazione etiope neanche nella lingua; inoltre volevo vedere la mitica “Lucy”, l’ominide ritrovato nel Gondar ed esposto al museo di Addis Abeba. La mia avventura è partita proprio da questa città, che mi è apparsa come un agglomerato enorme, (è infatti la seconda città africana dopo il Cairo) inquieto, contraddittorio, dove accanto a palazzi di foggia occidentale in cemento, ci sono baracche e baracche in lamiera, dove non c’è traccia di fognature. Tuttavia l’impressione generale che ho avuto è stato quello di una città ordinata e pulita. Impressionante ho trovato poi il mercato, che si estende su una superficie di 3 km quadrati e che mi si è presentato come una bolgia infernale per il frastuono enorme che vi regna, ma che al tempo stesso mi ha affascinato per la molteplicità e varietà dei colori.
Da Addis Abeba, con la guida e due compagni di viaggio, mi sono spostato di circa 6-700 km verso sud, verso il Kenia e il Sudan, in direzione della Riftey Valley, toccando il lago Longano, Abaya, Chamo, utilizzando strade dritte e lunghissime, percorse da tanta gente a piedi, attraverso territori incolti, sostando in campi attrezzati con tende come quello del parco Mago.

La prima etnia che ho incontrato è stata quella Dorze, i cui villaggi sorgono a  circa 2000 m. di altitudine e sono costituiti da capanne altissime (10 m. circa), fatte con foglie di banano, molto resistenti, mobili. I Dorze sono dei bravi tessitori di cotone; tutti, uomini e donne, fumano, servendosi di pipe lunghissime.
Anche qui ho visitato il mercato e ciò che mi ha colpito è stato vedere in vendita, accanto ai cereali tradizionali, granoturco e sorgo, e alle bucce di caffè, taniche di plastica.
Quest’ultime, di provenienza, a detta della guida, cinese, sono  usate dalle donne per attingere l’acqua;  il che mi ha fatto fare alcune considerazioni sulla globalizzazione.

Abbiamo incontrato poi i Conso, che mi sono parsi più “civilizzati” degli altri e che sono stati gli abili artefici del terrazzamento dell’altipiano dove coltivano, ancora oggi, sorgo e granoturco. Interessante mi è parsa la loro organizzazione sociale e la conseguente suddivisione dello spazio all’interno del villaggio; infatti qui esistono i cosiddetti recinti familiari, gruppo di capanne all’interno di un recinto appunto, chiuso da un cancello rudimentale  che accolgono i vari clan. In questi villaggi ci sono capanne con diverse funzioni, quella più grande accoglie le donne dopo che hanno partorito  e qui vengono accudite per circa una settimana.

Spostandoci verso il Kenia, abbiamo incontrato la popolazione Banna, le cui donne si adornano braccia e collo di perline multicolori con un effetto visivo particolarmente piacevole. Una difficoltà nei contatti con queste etnie era rappresentato dalla lingua: ognuna di loro ne aveva una sua e non tutte comprendevano l’amarico.