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Federico Tavan

Maledeta chê volta

Maledeta chê volta
ch’ài tacât a scrîve
no parceche
al é mal scrîve
ma parceche
era maledeta chê volta
che ère belsoul
e vaîve
e par chist
‘e scrivêve.

Maledetta la volta

Maledetto il giorno/in cui ho cominciato a scrivere/ non perchè/ sia male scrivere/ ma perchè/ era un giorno maledetto/ quello in cui ero solo / e piangevo/ e per questo/ scrivevo.

Ninuta

Lu farêstu l’amour
cu li mê poesies ?
Cuala te plàse de pì ?
Cun cuala te plasarèssal
zî pì volanteir a liet?
Cuala al gjolde
cuala no postu fâ de mancu,
cuala da nicjulâ
coma un orsut de piecja
o da portâ al mar dentre na valisuta ?
Cuala da mostrâ a li amighes?
Cuala da carecjâ cuala da bussâ ?
cuala un ditalìn cuala’na picjàda
de nascondon. Ninuta
favelanse clâr
me soi rot li bales.

Ragazzina

Lo faresti l’amore/ con le mie poesie?/ Quale ti piace di più?/ Con quale ti piacerebbe andare più volentieri a letto?/ Quale  il godere/ quale non puoi farne a meno,/ quale da cullare/ come un orsacchiotto di pezza/ o da portare al mare dentro una valigetta?/ quale da mostrare alle amiche?/ Quale da accarezzare quale da baciare/ quale un ditalino  quale un pizzicotto/ di nascosto. Ragazzina/ parliamoci chiaro/ mi sono rotto le scatole.

da: “Augh!” – Edizioni biblioteca dell’immagine – Circolo culturale Menocchio

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Delle “invasioni barbariche” (ovvero, nuove forme di povertà)

Essendo donna e lavoratrice (pensate quante cose si possono fare a questo mondo) ogni mattina inforco la mia utilitaria, vado al lavoro e accendo la radio, tanto per non prender sonno al primo semaforo.

L’altro giorno, una botta di vita. Dal profondo del mio stadio larvale, sento una notizia effetto sveglia. Un intelligentone, pare pure al governo del suo territorio, dice che per ogni torto subito da un cittadino italiano, dieci extra comunitari dovrebbero venir puniti (mancava solo un “Ja wohl!” per connotare meglio il suo intervento).

In un primo momento resto allibita, dopo penso se indignarmi o no, perché esternazioni del genere non si dovrebbero neppure commentare, visto che non han senso di esistere. Poi, quando nei successivi tre chilometri rischio di tamponare più volte l’auto di fronte a me, decido di indignarmi: riguardo certe cose non si può far finta di niente. Toccano corde profonde nel cuore e nel cervello.

Mi lascio quindi andare ad alcune riflessioni di tipo politico (ma chi l’avrà scelto questo individuo?), religioso  (non esiste una giustizia divina che fulmini all’istante chi proferisca parole del genere?) e legale (non esistono i crimini umanitari?).

Secondo questa corrente di pensiero dobbiamo guardarci dalle invasione del barbaro straniero. Siamo forse alle soglie di un nuovo Medioevo? L’impero sta andando a rotoli? Meno male che c’è chi ci illumina, ci protegge e ci guida. E soprattutto trova capri espiatori.

Crolla l’economia? Colpa dei cinesi. Aumenta la criminalità? Colpa degli albanesi e rumeni. La famiglia va a catafascio? Colpa degli omosessuali. Si surriscalda il pianeta? Colpa degli eschimesi….
Caro amico della porta accanto, guarda che c’è qualche cosa che non va. Troppo facile e comodo cadere in queste mistificazioni. Non offendiamo l’intelligenza delle oneste persone. Andiamo oltre.
Viviamo sicuramente nella società del benessere, ma siamo molto vulnerabili sul piano dell’educazione emotiva. Percepiamo forme di malessere intorno a noi, c’è carestia di valori, di significati e di sicurezze. In questo senso sì ci troviamo di fronte ad un nuovo Medioevo e posso capire che, come le streghe all’epoca, si cerchino i responsabili in chi è più esposto ed emarginato; ciò accade perché sta emergendo una nuova forma di povertà non economica ma più pericolosa: quella emotiva, relazionale e culturale.

La fiducia nell’altro è lacerata perché si sono interrotti i canali comunicativi più importanti, cioè quelli che si basano sul concetto di accettazione; manca la volontà di rispettare come interlocutore chiunque, soprattutto chi è diverso, perché riconoscere i bisogni degli altri, significa ridimensionare i propri. Si è stabilita invece una relazione basata sull’imposizione di autorità e forme di potere  in risposta ad episodi di violenza che comunque vanno condannati. Ma chi delinque lo fa perché assume comportamenti errati e non perché è cinese, albanese, rumeno, omosessuale o, peggio ancora, eschimese.

I conflitti vengono risolti trincerandosi in biechi meccanismi di difesa come l’accusa o la generalizzazione reciproche, non si accetta più la mediazione che salva e dignifica le individualità a confronto.

E perché?

  • E’ difficile comunicare perché significa uscire dal proprio egocentrismo.
  • E’ difficile comunicare perché le proprie sicurezze entrano in crisi.
  • E’ difficile comunicare perché significa cambiare, cosa che all’essere umano costa fatica e frustrazione.

Perciò quando sentiamo certe “sentenze” dette, fatte, mostrate ogni giorno in ogni luogo, non affrontiamole con superficialità o peggio indifferenza. Indignamoci, perché l’indignazione viene da dentro ed è solo dentro di noi che possiamo trovare  gli strumenti per modificare le cose.

Come ha detto di recente qualcuno che di questo se ne intende: “il vero nemico non è molto lontano, spesso è seduto sul divano di casa tua … e non ha gli occhi a mandorla”.

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Orietta Celant

Celant Orietta, via Bagnarola 13, Bagnara, pittrice; queste le scarne informazioni a mia disposizione, attinte dal depliant della mostra d’arte tenutasi a settembre a Gruaro, quando ho chiesto di incontrarla per questa nostra rubrica. E’ stato un po’ un appuntamento al buio il nostro, ma non sono certo rimasta delusa. Orietta si è raccontata con grande trasporto e sincerità, parlandomi di sé, del suo percorso artistico, dei suoi progetti ed aspirazioni.

Mi ha ricordato di come la sua passione per la pittura risalisse ai tempi della scuola media, frequentata a Cinto Caomaggiore, di cui è originaria, di come avrebbe voluto intraprendere studi di tipo artistico, ma di come questo, per una serie di circostanze, non fosse stato possibile, e di come molti la esortassero a tenere i piedi per terra, per cui lei, sia pure a malincuore, aveva dovuto cedere e aveva ripiegato su un’altra passione, quella di riserva, lo stilismo. Ecco quindi la scuola professionale per stilista di moda, accompagnata dallo studio della tecnica sartoriale, proprio per dare concretezza alla sua formazione.

Conseguita la maturità professionale, le prime esperienze di lavoro, una in particolare, nel campo dell’alta moda, che, a suo dire, le ha insegnato molto, le ha aperto la mente e le ha dato la possibilità di affinare il suo gusto e l’ha spinta a proseguire gli studi a Treviso, dove ha conseguito il diploma di stilista.
E’ un periodo questo che Orietta ricorda con piacere e che l’ha avvicinata al suo sogno di sempre: frequentare l’Accademia delle Belle Arti, sogno accarezzato ancora oggi e che prima o poi, vista la determinazione, lei si è impegnata a realizzare. “Non mollo…” ripete a questo proposito. Apre poi una sua sartoria che le dà molte soddisfazioni… “ma -dice Orietta- avevo sempre voglia di pittura che alimentavo, visitando tutte le mostre che potevo, anche se il desiderio di fare precedeva e superava l’esigenza di conoscere e di capire.”

Il matrimonio e la nascita dei figli segnano una pausa nel suo impegno lavorativo, ma la convincono al tempo stesso che dipingere per lei è vitale e cerca quindi, nei ritagli di tempo (“ancora adesso- dice- dipingo soprattutto di notte”) di “rinfrescare” il suo senso del colore, frequenta così alcuni corsi di pittura, come quelli tenuti dai maestri Mario Pauletto e Igea Lenci Sartorelli e partecipa a varie mostre, a livello amatoriale, che le danno la carica perché trova “stimolanti queste occasioni in cui c’è qualcuno che parla di te, cerca di entrare nella tua opera, di capire”.

Nel frattempo matura una sua scelta, per quanto riguarda il soggetto da rappresentare  nei suoi quadri: il suo interesse è tutto per la figura umana, in particolare quella femminile, perché, secondo lei, più complessa, con mille sfaccettature e possibilità interpretative, un mix di forza e di debolezza insieme. Riassume tutto questo, in una sorta di manifesto personale della sua poetica, in uno dei primi quadri “Il tramonto”, ispirato alla figura della madre e ad alcune tappe della vita di lei, sintetizzate con amore e sofferenza. Se le si chiede quale sia la tecnica preferita, lei, premesso che nella tessitura di un quadro considera fondamentale il disegno, i cui tratti rimangono spesso visibili nei suoi quadri, risponde che naturalmente, accanto alla matita, c’è l’olio, che dice di adorare.

Quanto al modo di procedere, aggiunge che a volte dipinge di getto, altre volte più meditatamente, a seconda degli stati d’animo e sottolinea che è essenziale per lei esprimersi con modalità diverse.
Ancora una volta, al momento di congedarci, ribadisce che la pittura è un punto fermo della sua vita, che essa ha avuto una funzione consolatoria in tanti momenti difficili e che rimane un obiettivo non certo raggiunto, ma da perseguire con tenacia e da cui si sente attratta istintivamente con forza.

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Pensiamoci su!

Ho letto, su un settimanale, un interessante articolo di Maria Grazia Meda, che affronta il discorso della responsabilità personale, così come è avvertito oggi, in particolare in Italia e in America, ed il quadro che ne esce è preoccupante e desolante insieme, confermato da quanto noi viviamo nella quotidianità.

“Fumo? Colpa dell’industria del tabacco. Ingrasso? Colpa del fast food. Non studio? Colpa del prof. Psicologi e sociologi lanciano l’allarme. Si sta affermando una cultura dove nessuno si assume più responsabilità”.

Questa la tesi fatta propria dalla giornalista, che cita, sull’argomento, tutta una serie di studi di autorevoli studiosi, tra i quali François Ewald, docente al Conservatoire national des arts et metiers, che sottolinea come nella società globalizzata, con le sue interdipendenze di merci, uomini, informazioni che circolano liberamente, “le decisioni e le responsabilità siano atomizzate e sia lasciato all’individuo un margine d’azione e quindi di responsabilità ridotte…”.

Nasce da qui una sensazione di impotenza, di inadeguatezza a fronteggiare una realtà così complessa che finisce per spingerci a limitare al massimo il rischio o addirittura ad eliminarlo, il che è, continua la giornalista, citando Miguel Benasayag, autore di “Utopia e libertà”, pericolosamente illusorio, perché una vita senza rischi è impossibile. E immaginare che lo sia, pur nella sua impossibilità, ha conseguenze nefaste: aumentano la violenza, l’intolleranza, la depressione e la paura.” È la fotografia del momento che stiamo vivendo!

La Meda indica poi questo rifiuto della corresponsabilità come una “nuova malattia sociale che si manifesta dall’infanzia, quando ogni persona deve essere protetta da tutto” con il risultato che questi ragazzi, non abituati a prendersi le loro responsabilità , diventeranno, da grandi, “fragili e insicuri”.

Che fare? Non abbiamo certo noi la ricetta sicura, ma si potrebbe incominciare con il ripensare, prima di tutto, ai nostri comportamenti di adulti: non limitarci ad essere meri esecutori di ordini, (button pushing, come si dice nel linguaggio tecnologico), responsabili solo nei confronti di un superiore, ma prendere delle decisioni, assumendosene rischi e responsabilità, e nell’ambito della sfera personale, educativa, sociale; insistere nuovamente sul binomio indissolubile diritti-doveri, o meglio, come dice Michele Serra, “desideri e il loro limite”; accettare la sfida di questa scelta e attendere, pazientemente ma non fatalisticamente, i risultati.

da “Gioventù a rischio zero” di Maria Grazia Meda, L’Espresso n°49 del 13/12/2007

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Bagnara

  • BAGNARA: frazione del comune; il nome deriva dal latino “balnearia – bagni, luoghi paludosi”. Esso caratterizzava un territorio paludoso attraversato da numerosi corsi d’acqua ben più consistenti di quelli attuali.
    La struttura geomorfologia del terreno conferma la presenza di affioramenti ghiaiosi oltre ad avvallamenti di chiara origine fluviale. Un’ulteriore conferma, che interessa il nome Bagnara, è la presenza a poca distanza del paese, di Bagnarola. Recenti ipotesi hanno infatti correlato le due località classificandole tra le numerose coppie toponimiche presenti nelle vicinanze.
  • Via Alessandro Manzoni: scrittore italiano (Milano, 1785 – 1873). Figlio del conte Pietro e di Giulia Beccaria.
    Per dissidi fra genitori, il Manzoni fu educato in vari istituti religiosi. L’influenza delle tradizioni familiari e le tristi esperienze scolastiche lo avvicinarono alle idee della Rivoluzione francese. Il periodo tra il 1805 e il 1810 trascorso a Parigi presso la madre, fu molto importante per la sua formazione anche spirituale. Il matrimonio con Enrichetta Blondel, giansenista, lo porterà successivamente, alla conversione al  cattolicesimo.
    La produzione cristiana inizia con gli “Inni sacri” con cui il poeta voleva esaltare le maggiori festività della Chiesa. Seguirono le tragedie “Il conte di Carmagnola” e “L’Adelchi” in cui, di fronte all’ingiustizia terrena, l’uomo si deve affidare alla volontà misericordiosa di Dio. A questo tipo di riflessione appartiene anche l’ode “Il cinque maggio” scritta per la morte di Napoleone.
    “I Promessi sposi” rappresentano il compimento di tutto il suo percorso interiore e letterario.
    La loro complessa struttura narrativa può considerarsi il risultato di quella esigenza di verità e di sentimento religioso che  caratterizza l’uomo e che permea tutta l’opera. L’ultima stesura del romanzo fu pubblicata a dispense fra il 1840 e il 1842. Successivamente il Manzoni si occupò soprattutto di questioni linguistiche in cui cercò di difendere e imporre anche nella pubblica istruzione il modello fiorentino che considerava più adatto all’unificazione italiana.
    La sua vita privata non fu molto felice, rattristata dalla morte in giovane età, della moglie Enrichetta e da gravi problemi familiari. Si risposò nel 1837 con Teresa Borri. Nominato senatore del regno partecipò al voto con il quale si trasferiva la capitale da Torino a Firenze: era sempre stato contrario al potere temporale dei papi. Incontrò Cavour, Garibaldi, Verdi, Vittorio Emanuele e Margherita di Savoia; da tutti era stimato per la sua integrità morale e il suo moderatismo. Morì a Milano il 22 maggio 1873.
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“Paranoid Park” di Gus Van Sant

E’ difficile parlare dell’ultima (dodicesima) fatica di Gus Van Sant, regista parecchio controverso, tra sonanti detrattori e sconfinati ammiratori, senza inquadrare in qualche maniera la carriera dell’autore.
Noto al grande pubblico per film quali: “Will Hunting genio ribelle” (1997) e “Scoprendo Forrester” (2000), il regista americano ha operato una vera e propria svolta stilistica a partire da quel “Gerry” che nel 2002 diede avvio ad un’ideale “trilogia della morte” e che lo fece apprezzare dai cinefili più navigati, per lo smaccato allontanamento dai precedenti lavori, più commercialmente orientati.

“Gerry” è una storia minimalista, di evidente ispirazione “belatarriana” (campi lunghi, primissimi piani, silenzi infiniti e tempi dilatatissimi) e racconta di due amici, i “Gerry” del titolo, che durante una gita hanno la sventura di perdersi in un deserto: l’esperienza proverà la loro amicizia.
A “Gerry” fecero seguito il successo di “Elephant”, ispirato alla strage della Columbine High School e girato con attori non professionisti, che nel 2003 vinse la Palma d’oro ed il premio per la miglior regia al Festival di Cannes; e “Last Days”, ispirato agli ultimi giorni di vita di Kurt Cobain, con l’impiego di interessanti soluzioni filmiche, ma con grossi limiti a livello di trama.

Infine, questo “Paranoid Park”.
Sgombriamo subito il campo: il film NON è, come furbescamente recita la locandina italiana: “il capolavoro di Gus Van Sant”, anche se non tutto è da buttare.
Tratto dall’omonimo romanzo di Blake Nelson, richiama in più punti i precedenti lavori del regista: ambientato interamente nella nativa città di Portland, nord-ovest degli Stati Uniti, interpretato da attori non professionisti (ragazzi del luogo, scelti su MySpace!), girato impiegando differenti tecniche (super-8 e 35 mm, riprese ardite e fuori fuoco “strategici”), grazie alla preziosa collaborazione di un’autorità della fotografia quale Christopher Doyle, presenta tutte le tematiche care al regista: la spersonalizzazione dell’individuo, la solitudine e la mancanza di riferimenti dell’adolescente, la depressione e l’inettitudine degli adulti, il disadattamento nei confronti di un mondo che non si riconosce come proprio. Ma in aggiunta a tutto ciò, il film si concentra in maniera particolare ed essenziale sul concetto del senso di colpa.

La storia è presto detta: Alex è un sedicenne di Portland con la passione per lo skateboard. Con l’amico Jared comincia a frequentare Paranoid Park, un posto conosciuto da tutti gli skater della città, ove incontra altri skater che una sera gli propongono per gioco di saltare sui treni merci in transito nella vicina stazione. Per mera casualità, una mossa avventata di Alex provocherà la morte di una guardia di sicurezza accorsa per dar il fatto suo ai sprovveduti. Da qui diparte l’incubo del protagonista, che influenzerà i rapporti con chi gli sta attorno; lascia la sua ragazza Jennifer e inizia ad uscire con Macy, alla quale confessa che è accaduto qualcosa di brutto. Macy gli consiglia, per liberarsi del peso, di scrivere quello che è successo in una lettera per un amico, magari per lei. Alex scrive i fatti ed è seguendo la sua scrittura che pian piano si viene a conoscenza degli avvenimenti.
La vicenda pertanto è lentamente sviscerata nel corso del racconto di Alex, al quale Van Sant, non bastasse l’estrema dilatazione della storia e l’onnipresente uso del racconto in prima persona, dedica infiniti primi piani apatici e monoespressivi.

Ed è forse proprio nella pretesa non professionalità dei protagonisti, nelle scarse indicazioni che il regista ha fornito agli attori, che il film soffre maggiormente. Se da un lato l’”autenticità” degli interpreti (realmente sedicenni, realmente skater, realmente del luogo) garantisce quell’aura di realismo ai loro comportamenti e modi, d’altro canto rende particolarmente artificiosa l’angoscia del protagonista dal quale non traspare mai più che un conclamato senso di indifferenza.

A ciò la pellicola compensa con le scene “documentali” degli skater, girate in Super-8, su sottofondo musicale del convincente Ethan Rose, veramente coinvolgenti, e con la scena della doccia di Alex dopo l’incidente, nella quale regia e musica sposano perfettamente l’animo del personaggio.

Un film che prescinde dagli interpreti, dunque, e che per certi versi accontenta tutti: i detrattori vi rileveranno tutte le mancanze tipiche  del regista (trama dilatata ed inconcludente, un certo narcisismo stilistico, disinteresse per la linearità degli eventi), gli ammiratori godranno delle arguzie tecniche e del “purismo neorealistico” della rappresentazione.
Ad ogni modo un coerente prosieguo della filmografia più sperimentale di un autore non prescindibile, nel panorama attuale.

scheda del film su IMDb

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dicembre 2007

  • 12 ottobre 2007: presentazione del libro “Muri, lacrima e za’tar” di Gianluca Solera.
  • 13 ottobre 2007: visita guidata ad alcune chiese del circuito “Chorus” di Venezia.
  • 11 novembre 2007: visita guidata alla mostra “Tiziano ultimo atto”, Belluno.
  • 25 gennaio 2007: in occasione del Giorno della Memoria, lettura scenica di poesie, con l’accompagnamento di musiche ed immagini.
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De Chirico: un pittore moderno con uno sguardo verso il passato

A Padova, dal 20 gennaio al 27 maggio 2007, per iniziativa della Fondazione Bano, Palazzo Zabarella propone “DE CHIRICO”. Prima di entrare nei dettagli della mostra però bisogna chiedersi: chi era Giorgio  De Chirico? Questo artista fu sicuramente il più importante esponente della Pittura Metafisica. La Metafisica nasce nel 1917 attraverso l’incontro di De Chirico con Carlo Carrà, in precedenza esponente del movimento futurista. Per Metafisica Giorgio De Chirico intendeva l’allusione a una realtà diversa, che va oltre quello che vediamo, i contenuti di un dipinto infatti devono andare al di là della realtà, cioè oltre natura e questo modo di pensare è ben spiegato dalla sua frase “Bisogna dipingere ciò che non si vede”.

Può essere metafisico tutto quello che è estraneo alla logica ambientale in cui siamo abituati a vederlo, in pratica un qualsiasi oggetto isolato dal contesto in cui solitamente si trova e inserito in un altro. Questo crea in noi inquietudine, angoscia, quasi un senso di paura, perché tutto sembra insolito, inaspettato, a- logico. Elemento fondamentale per creare questa sensazione di inquietudine è il disegno che per questo artista ha sempre costituito un fattore idealizzante della realtà poiché gli oggetti totalmente incongrui rispetto al contesto vengono rappresentati con una minuzia ossessiva, una definizione tanto precisa da sortire un effetto contrario a quello del realismo.

Per comprendere meglio questo spirito è bene analizzare un’opera di questo artista, che è presente in mostra, che si intitola Ettore e Andromaca. In questo quadro tutto è statico, sospeso; quello rappresentato è un luogo sognato, solo apparentemente reale, dove tutto è immobilizzato. In questo luogo no possono abitare uomini, esseri viventi ma solo manichini, che degli uomini hanno l’aspetto ma non l’essenza. In questo luogo no possono abitare uomini, esseri viventi ma solo manichini, che degli uomini hanno l’aspetto ma non l’essenza. I manichini molti presenti nei quadri di De Chirico infatti sono solo figure geometriche astratte. Il percorso si articolerà dunque in diverse sezioni corrispondenti ai vari “momenti” artistici di de Chirico.

Dalle prime opere simboliste si arriva fino alla scoperta delle piazze e delle torri, architetture dell’invisibile e dell’infinito, tra il 1909 e il 1913, per approdare nel 1914 a quella che l’artista chiamava “la solitudine dei segni” ovvero la metafisica che dal 1914 al 1918, avrà il suo pieno sviluppo di cui fa parte il quadro “Ettore ed Andromaca”.
Poi vi è una svolta nel primo dopoguerra, infatti, nel 1919, dato lo scarso riconoscimento critico riservatogli in Italia, mentre in Europa e in particolare a Parigi si guardava alla sua pittura metafisica come a un punto di riferimento, de Chirico sorprende tutti tornando a forme di rivisitazione classica. E’ l’epoca dei grandi quadri allegorici conosciuti col nome di “Ville Romane”, delle nature morte e degli autoritratti pieni di metafore e di simboli.

Il rientro a Parigi, alla fine del ‘25, comporta un ritorno alla metafisica. In realtà de Chirico rimane legato a una sua visione del mondo basata sulla nostalgia del classico, ma concepita in pieno spirito di modernità. A questo periodo, che dura fino alla fine del 1929, appartiene gladiatori.
Gli anni ’30 segnano una crisi e vedono il Maestro in bilico tra naturalismo e metafisica. È il periodo dei famosi “Bagni Misteriosi”.
La svolta verso un ridondante gusto “Barocco”, che si manifesta nella pittura di de Chirico a partire dal suo rientro dal lungo viaggio in America (agosto 1936 – gennaio 1938) sarà rappresentata, per decisione dei curatori, solo da un’ampia selezione di autoritratti.
La mostra si concluderà con una scelta di opere neo-metafisiche, nelle quali il vecchio pittore, dopo la metà degli anni ’60, rivisita figure e temi del suo  passato.

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L’altra faccia dello sviluppo cinese… “Still Life” di Jia Zhang-Ke

Vincitore del Leone d’oro all’ultima mostra del cinema di Venezia, il film “a sorpresa” della sezione in concorso, Still Life del 37enne Jia Zhang-Ke non è un film facile, e come altre opere di cineasti cinesi indipendenti, non ha avuto vita facile, in patria (pur avendo ottenuto l’approvazione della State Administration of Radio, Film and Television).
Non è un film facile per il pubblico occidentale, perchè in alcun modo cerca di “strizzare l’occhio” allo spettatore, né da un punto di vista meramente emotivo, nè da un punto di vista “epico” (alla Zhang Yimou, per intendersi). Non è un film di denuncia (anche se affronta tematiche sociali), o almeno non lo è in senso stretto, né tantomeno sottende particolari metafore o giudizi. Non propone soluzioni alle situazioni che rappresenta, né critica direttamente le politiche di “sviluppo” del Partito Comunista Cinese (tema sottilmente centrale del film, e per questo soprende l’approvazione dei censori), si astiene dall’indirizzare troppo profondamente l’idea che può formarsi lo spettatore alle vicende che narra.

Still Life è, come dice il titolo, la ripresa di uno spaccato di vita, a Fengjie nei pressi della diga delle 3 gole sul fiume Yangtze, opera colossale già sognata da Mao, e nella fattispecie dei lavoratori addetti alla costruzione del nuovo quartiere della città. Nonostante ciò, Still Life non è nemmeno un documentario.
Ambientate tra la vecchia città (già allagata) ed il nuovo quartiere in costruzione, s’intrecciano due storie di ricerca, distanti per estrazione sociale dei protagonisti, ma per certi versi similari: quella di Han Sanming, minatore, in cerca della moglie “comprata” (e scappata) 16 anni prima, che troverà temporaneamente lavoro come demolitore; e quella di Shen Hong, infermiera trascurata dal marito imprenditore edile, che si reca nella medesima città sulle sue tracce, dopo che per due anni non è rientrato a casa. I due personaggi non s’incontrano mai (frequentano anche ambienti diversi), le loro storie procedono parallele ed entrambi porteranno a termine i propri fini, anche se le soluzioni alle loro vicende non sono certo esaustive. Non c’è compassione per gli accadimenti, è quasi come se fossero dei meri “comprimari”, sui quali cala temporaneamente l’interesse del regista, che li usa come “uni tra tanti”.

Ciò che colpisce prima di tutto è la dinamicità di questa “nuova” Cina, così lontana sia da quei stereotipi classici che ancora si amavano nei cineasti della quinta generazione (Yimou e Kaige tra tutti) sia dalla frenetica modernità delle città maggiori viste in altri opere (“Le biciclette di Pechino”, “Suzhou River”, ad esempio). Colpisce come tutti (o molti) possiedano un telefono cellulare, come la televisione influisca sulle menti dei più giovani, come l’anacronistico apprezzamento di un concerto rock possa alleviare le fatiche del giorno. Ancora ciò che colpisce è lo spirito di questi operai cinesi, che ai nostri occhi potrebbero superficialmente sembrare dei poveracci, quasi dei reietti sociali, ma che di fatto costituiscono quel “corpus” pulsante e operoso, fondamento dello “sviluppo” cinese; fieri, giovani, dediti al lavoro e pazientemente speranzosi nel futuro, carichi ancora di una forte componente sociale le (vivono, mangiano, discutono insieme), non suscitano nè mostrano alcun pietismo: la povertà come condizione comune è accettata, il benessere di pochi è visto come una meta per il quale impegnarsi.

Pur non mancano moltissimi riferimenti alle condizioni di lavoro in cui si trovano gli operai: l’assoluta scarsezza di mezzi (emblematica la scena dello smantellamento A MANO di una fabbrica), gli infortuni non retribuiti, le paghe basse, lo sfruttamento, la burocrazia pressochè onnipresente, l’assurdità e disumanità degli espropri e lo scarso valore in genere per la vita umana (che porta a delle vere e proprie faide tra poveri).

Un film sicuramente poco comune e -ahimè- finanche poco visibile, ma che consiglio caldamente a tutti gli interessati di Cina (se qualcuno può ancora permettersi di non esserlo…).

scheda film su IMDb

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maggio 2007

Di seguito il sunto delle attività fin qui svolte:

  • 23 marzo 2007: “Immigrazione e globalizzazione: come cambia la nostra società” – Relatore: dott. Bruno Anastasia – Osservatorio “Veneto lavoro”.
  • 13 aprile 2007: “Il clima che cambia: stato di paura o scomoda verità?” – Relatore: dott. Fulvio Stel – OSMER – FVG.
  • 20 aprile 2007: “TFR: informazioni per l’uso” – Relatore: sig. Renzo Moret – INCA CGIL – Portogruaro.
  • 19 maggio 2007: Visita guidata ad alcune chiese del circuito “Chorus” di Venezia.

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