- 28 novembre 2008: conferenza di Michele Boato.
- 30 novembre 2008: visita guidata alla mostra “Canaletto”
- 30 gennaio 2009: lettura scenica di “Altre voci” per il giorno della memoria
- 19 giugno 2009: Gherardo Colombo ospite de “La Ruota”!
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E’ con piacere che approfitto dell’occasione offertami di poter parlare della mia esperienza nel mondo dell’università, ora che, trascorsi ormai quasi due anni dal giorno della mia laurea, mi trovo nella miglior posizione per valutarla a tutto tondo senza condizionamenti.
Sono trascorsi ormai più di 7 anni da quando, nel settembre del 2001, mi iscrissi all’università; la sede scelta, per ragioni logistiche oltre che per qualità rinomata, Trieste, il corso di laurea Fisica.
Nonostante la mia formazione prettamente umanistica e classica che poteva far sembrare strana o quantomeno azzardata la mia scelta, nessuno di quanti mi erano vicini mi fece mai pesare questo aspetto, ma anzi un unanime coro di sostegno mi diede l’energia necessaria per iniziare un percorso che, di certo, non di prospettava come il più semplice possibile. E così infatti fu.
I primi mesi non furono per nulla semplici, non tanto per il carico di lavoro che la nuova realtà mi imponeva quanto per il notevole gap che mi divideva dalla maggior parte dei miei compagni di corso che, provenendo da background già di impronta scientifica, mostravano di trovarsi sin da subito a proprio agio nella nuova realtà, o almeno così credevo io.
Non mi sono però lasciato scoraggiare dalle prime difficoltà e sono andato avanti per la strada che mi ero prefisso cercando di colmare le mie lacune iniziali passando lunghe ore su libri ed appunti. A lungo andare, i risultati furono dalla mia parte e nel corso degli anni mi sono lasciato alle spalle o addirittura ho perso di vista compagni che ritenevo molto più quotati di me, i quali però peccando di supponenza o semplicemente incontrando maggiori difficoltà di quelle preventivate, non sono stati risparmiati dalle falci degli esami di fine trimestre.
In ogni caso, siccome mi è stato chiesto di parlare a tutto tondo della mia esperienza universitaria, non posso esimermi dallo spendere qualche parola su quello che, molto e forse troppo spesso, è uno degli aspetti più delicati nella vita universitaria dello studente, ossia il rapporto con l’organizzazione del proprio corso di laurea e con la “burocrazia”: professori, lezioni, segreterie, moduli… a volte ce n’è abbastanza per un vero teatro dell’assurdo. E le testimonianze di generazioni di studenti stanno li a dimostralo.
Ebbene, contrariamente all’esperienza di molti altri studenti in altre facoltà della mia università o in altre università, la mia esperienza in tal senso è stata tutto sommato positiva, in alcuni aspetti anche molto positiva. In oltre 5 anni, gli orari delle lezioni e le date degli esami sono state sempre rispettati e, nelle rarissime occasioni in cui non lo sono stati le comunicazioni al riguardo erano sempre tempestive e puntuali.
Molti dei miei professori non hanno mai avuto un orario di ricevimento fissato ma sono sempre stati disponibili a ricevere gli studenti pressoché in qualsiasi momento, e non ricordo di aver mai dovuto fare i salti mortali per poter parlare con un docente per chiarimenti, domande o fissare la data di un esame.
Ritengo che una fetta significativa di questo merito vada attribuito al fatto che il corso di laurea in Fisica non si è mai distinto per un numero spropositato di studenti iscritti, e pertanto il buon senso ha prevalso nel momento in cui si è capito che è bene tenersi vicini quei pochi studenti che ci sono onde evitare di ritrovarsi, entro qualche anno, con un corso di laurea senza iscritti.
Oggigiorno la medicina è talmente progredita, che può mantenere in vita persone gravemente malate che soffrono dolori atroci e destinate a morire perché senza possibilità di contenere la malattia, tanto meno di guarire. Sono pazienti idratati, alimentati artificialmente, spesso stimolati nella funzione cardiaca e respiratoria da macchine sofisticate; malati che esistono in uno spazio intermedio tra vita e morte (di cui poco si sa ancora) non per scelta e senza alcuna tutela giuridica dei loro interessi.
Il testamento biologico consiste in una dichiarazione anticipata di volontà: un atto che permette a chi lo vuole, finché si è nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, di dare disposizione riguardo a futuri trattamenti sanitari nel caso in cui tali facoltà venissero meno. Disposizioni che devono risultare vincolanti per gli operatori sanitari anche se non in contrasto con la deontologia medica e con la realistica previsione di cura.
Si tratta di un atto che può essere revocato in qualsiasi momento e che può prevedere l’indicazione di un fiduciario.
Con il testamento biologico si possono intendere cose diverse: dal solo rifiuto dell’accanimento terapeutico, o di determinate terapie, o alla richiesta di interruzione delle cure in caso di gravi patologie; tutte garantiscono la consapevolezza del singolo e l’autodeterminazione individuale. Da sottolineare che tale atto niente a che vedere con il procurare la morte, poiché interessa piuttosto la salvaguardia di un confine naturale della vita intesa, non come tempo protratto, bensì come una vita degna di essere vissuta, una vita che abbia un senso e che non si esaurisca in un dolore intollerabile ed irreversibile.
Il testamento biologico in Italia, non è ancora legge per una serie di ragioni:
La legge sul testamento biologico, in corso di approvazione dall’attuale maggioranza, probabilmente escluderà la nutrizione e l’idratazione artificiale dalle scelte sulle quali il malato potrà esercitare la sua volontà. Si avrebbe così una legge più arretrata rispetto all’attuale vuoto legislativo a cui la magistratura deve supplire.
Da aggiungere che purtroppo il Parlamento che dovrebbe legiferare su materie eticamente sensibili è stato desautorato, privato pertanto del libero confronto che si dovrebbe svolgere al di là dell’appartenenze e maggioranze politiche, come avvenne per le leggi sul divorzio e sull’aborto.
Credo comunque che la classe politica italiana, arroccata in posizioni di principio, in una società che si evolve, sia ancora troppo lontana dai reali bisogni e dalle concrete richieste dei suoi cittadini.
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Il mio viaggio in Ghana, Togo, Benin, non era finalizzato a visitare luoghi, ma ad incontrare etnie e tribù che vivono in quei territori. Ho così percorso quasi 2500km su strade per la maggior parte mal asfaltate o in terra battuta ed ho notato alcune diversità fra questi Paesi.
In Ghana (ex Costa d’oro, ex colonia inglese e primo stato africano a rendersi indipendente) ho visto molte scuole, coltivazioni intensive specialmente di cacao e manioca; negli altri due stati, ex colonie francesi, dove la lingua ufficiale è ancora il francese, mi è sembrato di vedere più miseria, poche scuole e molta carenza di energia elettrica. Questa mia impressione è stata confermata dalla nostra guida, un togolese, il quale diceva che le cose funzionano meglio in Ghana, in particolare per quanto riguarda scuola e sanità, tant’è che i Togolesi più benestanti vanno a curarsi nelle strutture ghanesi.
Ma ritorniamo al viaggio: Accra, la capitale del Ghana con circa 2 milioni e mezzo di abitanti mi si presenta con un traffico caotico di biciclette, motorini, carretti, auto scassate e camioncini sgangherati il tutto in un concerto assordante di clacson; qui tutta la vita sociale ed economica si svolge sulla strada, dove è possibile trovare di tutto, perfino casse da morto a volte dalle forme bizzarre.
Il giorno dopo parto, attraverso un paesaggio di colline e foreste, alla volta di Elmina. Questa cittadina, assieme a Cape Coast, è tristemente famosa per il suo castello-fortezza costruito dai Portoghesi, e poi usato anche dai Francesi e dagli Inglesi e che serviva come base per la tratta degli schiavi. Qui venivano imprigionati i neri destinati alla deportazione e quelle stanze divise per uomini e donne, le celle per i riottosi, le segrete, le ampie stanze per le truppe e il lussuoso appartamento per il governatore di turno evocano l’orrore della prigione e la crudeltà dei carcerieri. Bella la cittadina di Elmina, un tipico porto di pesca con centinaia di piroghe colorate.
Proseguo poi per Kumasi, che è considerata la capitale degli Ashanti, numeroso e ricco popolo, ben integrato nella vita del Paese. Qui ho visitato il palazzo del re ed il relativo museo, che conserva una ricchissima collezione di gioielli ed insegne reali in oro massiccio. Nel pomeriggio ho assistito, nel palazzo reale, ad una festa “akwasdae”, cioè un’uscita pubblica del sovrano che avviene ogni 42 giorni. Sotto un ombrello colorato, portato dai sudditi, arriva il re, vestito di stoffe preziose e adornato di antichi gioielli d’oro e si siede sul trono; segue poi una cerimonia alla quale intervengono numerosi rappresentanti: dai dignitari, alle autorità civili del governo ghanese a quelle religiose, compreso il nunzio apostolico.
Il giorno dopo, cambiando totalmente registro, partecipo ad un funerale ashanti; a questa cerimonia assistono alcune centinaia di persone che sfoggiano dei bellissimi costumi tradizionale rigorosamente neri e rossi. Il rito, che avviene mesi dopo il decesso e la sepoltura è un evento festoso e segna il passaggio del defunto tra gli avi.
Sono entrato in questo grande cortile e per prima cosa, io e i miei compagni di viaggio, abbiamo stretto, in segno di partecipazione, la mano ai famigliari. Successivamente, al ritmo di musiche e danze tradizionali, gli ospiti presentano le loro offerte alla famiglia del defunto, che in questo caso, era una donna morta 4 mesi prima.
Dopo questo bagno di folla, proseguo il viaggio verso Nord e il paesaggio muta e da foresta diventa, a poco a poco, savana; costeggio il lago Volta ed incontro dei minuscoli villaggi, dalle belle capanne d’argilla appartenenti alla etnia Gondja. Verso la frontiera con il Togo visito i villaggi Dagomba: questa popolazione rappresenta un ottavo dell’intera popolazione ghanese.
I loro villaggi si caratterizzano per la numerosa presenza di case rotonde con i tetti di paglia. Gli abitanti, dediti all’agricoltura, condividono questi territori con altri gruppi fra cui i KonKomba e proprio in uno dei loro villaggi ho visto raggruppate delle donne sulle quali pesava l’accusa di stregoneria e solo il capovillaggio, una specie di santone può decidere quando liberarle da questo malocchio.
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Il sogno di molte persone, me compreso, è quello di scoprire le origini della propria famiglia e del proprio cognome.
La mia passione per le ricerche genealogiche è nata grazie a mia madre che, con i suoi racconti sulle vicende della nostra famiglia, ci ricordava chi eravamo e da dove venivamo. Ma non bastava: ho ancora viva nella mia mente l’immagine di me bambino che, andando con lei a Giai in bicicletta, (lei era di lì) la subissava di domande sui proprietari dei campi che si estendevano ai lati della strada e lei allora mi raccontava, con dovizia di particolari, la storia di quelle persone, ed io ascoltavo incantato e, senza saperlo, immagazzinavo informazioni e mi creavo un mio piccolo archivio.
Una volta cresciuto, la curiosità mi ha spinto a verificare sui documenti l’attendibilità dei racconti ascoltati a partire dall’infanzia ed ho sentito il bisogno di approfondire ulteriormente le mie conoscenze sui miei antenati e, cammin facendo, ho fatto ulteriori scoperte.
Concretamente le mie ricerche sono iniziate nel 1994 quando in famiglia abbiamo avuto bisogno di risalire alla data di nascita del bisnonno e nessuno la ricordava, neanche mia zia Nina, altra fonte inesauribile, dopo mia madre, di notizie.
Ho dovuto così affrontare, esaurito il filone della tradizione orale, pur supportato da tutta la documentazione (fotografie, dati anagrafici, lettere, atti notarili ecc.) presente in ogni famiglia, il problema delle fonti scritte. Eccomi quindi approdare ai registri parrocchiali, a quelli depositati in Curia, agli atti notarili custoditi negli Archivi di Stato, agli atti di stato civile, reperibili in quelli comunali. A proposito dei primi è opportuno ricordare che, in seguito ad una disposizione della Chiesa, adottata dopo il Concilio di Trento (1563), le Parrocchie furono tenute a registrare tutti i battesimi e matrimoni che si celebravano nel loro territorio; in seguito ai già citati, si affiancarono altri due registri, quello dei morti e quello del cosiddetto “Stato delle anime”, censimento vero e proprio, fatto dal sacerdote, che recandosi nelle famiglie per la benedizione pasquale chiedeva appunto quante “anime”, persone, facessero parte del nucleo familiare. Per inciso, ricordo che quest’ultimo registro non c’è a Gruaro e che i primi atti registrati nell’archivio parrocchiale risalgono al 1602. Nel fare queste consultazioni non mancano certo le difficoltà: gli atti hanno una grafia spesso difficile da decifrare e quindi bisogna fare una minuziosa opera di confronto e di controllo, molte parole poi sono scritte in forma abbreviata (forse per risparmiare inchiostro e carta); ci sono poi i casi di omonimia, per cui per identificare con certezza una persona bisogna rintracciare, accanto all’Atto di battesimo anche quello di matrimonio e di morte per poter fare dei controlli incrociati e per evitare di inserire al posto sbagliato un parente omonimo ma non appartenente al filo genealogico desiderato.
Succede poi che uno stesso individuo appaia nei vari atti con variazioni nel cognome (es: Barbui-Barbuio) e non è possibile servirsi, per dirimere la questione, della firma dello stesso, perché questa è stata introdotta nei nostri territori, dall’Austria, solo nel 1815, quando fu dato l’incarico alla Chiesa di tenere, accanto a quello canonico, anche il registro civile; è molto importante poi non trascurare nessuna parola, lettera o segno riportati negli atti, perché possono essere fondamentali per collocare con precisione nel tempo un soggetto.
Nel fare queste ricerche emergono alcune consuetudini ben radicate nella vita della comunità: la maggior parte dei matrimoni ad es. venivano celebrati a novembre, dopo San Martino, che segnava la fine dell’anno agrario e la conseguente chiusura dei conti; in genere gli sposi appartenevano poi allo stesso paese o a paesi limitrofi; si cercava, con l’intervento di un sensale di matrimoni, moglie /marito fuori paese, quando si restava vedovi; non venivano celebrati matrimoni in Avvento e in Quaresima.
Inevitabilmente il mio lavoro, pur imperniato sulla mia famiglia, per le caratteristiche metodologiche sopra illustrate, ha coinvolto altri nuclei familiari per cui, a poco a poco si è dipanata davanti a me una rete di relazioni in cui, a tratti, faceva capolino come fattore condizionante la storia, che, toccando la vita di individui che andavo riconoscendo, assumeva ai miei occhi una concretezza ed una pregnanza mai avvertite prima e mi traghettava alla comprensione del presente; la genealogia, a mio avviso, può avere anche per altri questa funzione e non deve quindi essere guardata come una bizzarria, ma come un ulteriore strumento di conoscenza.
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“Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.
Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata.
Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare prevalenza alle scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette.
Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.”
Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III congresso dell’Associazione a Difesa della Scuola Nazionale, a Roma l’11 febbraio 1950.
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Periferia parigina, una scuola media, una classe, un professore di francese.
articolo di Michele Boato
presidente de L’Ecoistituto del Veneto “Alex Langer” e direttore della rivista “Gaia”
Chiunque lo proponga, da destra o da sinistra, finge di ignorare che:
1. Il nucleare non è sicuro, è a rischio di incidenti catastrofici
Nel 1979 ad Harrisburg (Usa) si è sfiorata la “fusione del nocciolo”, che c’è stata a Cernobyl (Ucraina) il 26 aprile 1986, con decine di migliaia di tumori e leucemie nei 20 anni successivi e più di 1000 morti per tumore tra i soldati intervenuti; ha contaminato l’acqua di 30 milioni di ucraini; irradiato 9 milioni di persone. Oggi, nelle regioni confinanti, 2/3 degli adulti e metà dei bambini sono ammalati alla tiroide, c’è il raddoppio delle malformazioni.
Nel 2002 nell’Ohio (Usa) si è sfiorato lo stesso disastro; nel 2004 a Sellafield (GB) c’è stata una fuga 160 kg di velenosissimo plutonio rivelata solo dopo 8 mesi.
Dal 1995 al 2005 c’è stata una serie di incidenti gravi (con 7 morti e centinaia di contaminati gravi) nelle centrali del Giappone: tra cui uno gravissimo a TokaiMura nel 1999 (2 lavoratori morti, 3 gravemente contaminati e 119 esposti a forti dosi di radiazioni) e il più grande impianto nucleare al mondo chiuso il 16.7.2007 per i danni da terremoto.
Avere il nucleare vicino casa non è assolutamente la stesso che a centinaia di km.
2. Dopo 50 anni, non si sa ancora dove mettere le scorie radioattive
Ci sono milioni di tonnellate di scorie (di cui ben 250.000 altamente radioattive) senza smaltimento definitivo. Gli Usa hanno speso 8 miliardi di dollari in 20 anni senza trovare una soluzione. In Italia il governo ha dato 674 milioni di euro alla Sogin che, dopo il ridicolo tentativo di Scanzano J. (sismico, come gran parte d’Italia), non sa dove mettere le “ecoballe” radioattive: il plutonio resta altamente radioattivo per 200mila anni! L’uranio238 per milioni di anni.
3. Non esiste il nucleare “sicuro e pulito” di Quarta generazione
Le centrali di “terza generazione”, che Berlusconi vuole costruire, dovrebbero durare più di quelle in funzione (II generazione), senza aver risolto il problema delle scorie né della “sicurezza intrinseca” (spegnimento automatico se c’è un incidente grave). Le chiama “ponte” verso una “quarta generazione” che promette sarà “assolutamente sicura, non proliferante, con poche scorie e meno pericolose”, ecc. Ma i reattori di IV generazione NON esistono! Sono previsti “dopo il 2030”, come se fosse domani; e quanto “dopo”?
Intanto il governo propone un colossale rilancio del nucleare, con reattori che, almeno fino al 2040, aggraverebbero tutti i problemi creati dal nucleare! Infatti l’Enel ha investito quasi 2 miliardi di euro per completare, in Slovacchia, due reattori di vecchia tecnologia sovietica, addirittura privi di involucro esterno, giustificandosi: “la probabilità di un impatto aereo è trascurabile”. In che mani siamo!
4. E’ favola “solo col nucleare si può fermare il riscaldamento globale”
Per avere una riduzione di gas serra bisognerebbe costruire una centrale nucleare ogni 10 giorni (35 all’anno) per i prossimi 60 anni. Così, con 2.000 nuove centrali nucleari, si fornirebbe il 20% dell’energia totale.
C’è qualcuno, sano di mente, che pensa si potrebbe procedere a questo ritmo?
Nessuno dei top manager dell’energia crede che le centrali esaurite nei prossimi anni saranno rimpiazzate per più della metà: il trend mondiale del nucleare è verso il basso: solo per mantenere il numero e la potenza delle 435 centrali attuali (ne sono già state chiuse 117) ce ne vorrebbero 70 di nuove entro il 2015 (una ogni mese e mezzo!) e altre 192 entro il 2025: una ogni 18 giorni! Tutto per continuare a produrre non il 20%, ma solo il 6,5% dell’energia totale…
2.000 scienziati dell’IPCC (ONU) lo hanno certificato nel 2007: “Il nucleare non potrà fermare la febbre del pianeta”.
Inoltre il ciclo completo (estrazione ed “arricchimento” dell’uranio, smaltimento scorie, costruzione e smantellamento centrale) emette gas serra quanto il ciclo a combustibile fossile.
Calamandrei, chi era costui?
Dopo la laurea in giurisprudenza, divenne professore di procedura civile in varie università: Messina, Modena, Reggio Emilia, Siena e Firenze. Prese parte alla prima guerra mondiale come ufficiale volontario. Lasciò l’esercito per continuare la sua carriera accademica. Della sua vasta produzione giuridica si ricorda soprattutto “Introduzione allo studio delle misure cautelari” del 1936, un trattato d’avanguardia che farà compiere un grande balzo in avanti alla scienza processuale italiana.
Politicamente impegnato a sinistra, partecipò con Dino Vanucci, Ernesto Rossi, Carlo e Nello Rosselli alla direzione di “Italia Libera”, un gruppo clandestino di ispirazione azionista. Manifestò sempre la sua avversione alla dittatura di Mussolini, aderendo nel 1925 al Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce. Contrario all’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale, nel 1941 aderì al movimento Giustizia e Libertà ed un anno dopo fu tra i fondatori del Partito d’Azione insieme a Ferruccio Parri, Ugo La Malfa ed altri.
Fu membro della Consulta nazionale, della Costituente e della Camera dei Deputati e si batté sempre per un rinnovamento morale e civile della vita politica italiana.
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